Il cortocircuito di Facebook tra hate speech e opinione

Micol Flammini

Roma. I protagonisti di questa storia sono tre: un ministro ungherese, Facebook e un ragazzo afghano. A collegarli è un cortocircuito sciagurato che si è consumato rapidamente tra martedì e mercoledì e un video che il social ha prima rimosso e poi ripristinato. Il primo personaggio è János Lázár, capo della cancelleria ungherese, stretto collaboratore del primo ministro Viktor Orbán e strenuo sostenitore della costruzione del muro al confine con la Serbia. L’Ungheria è in campagna elettorale, l’8 aprile ci saranno le elezioni parlamentari e il partito di governo, Fidesz, ha solo un nemico da temere: Jobbik, l’estrema destra ungherese che in quanto a nazionalismo e xenofobia ha delle posizioni ancora più spinte di quelle di Orbán. Immigrazione, sicurezza e cristianità sono le parole chiave attorno alle quali gravita il dibattito elettorale e per questo Lázár è andato a Vienna con lo scopo di girare un video in uno delle zone a maggioranza musulmana. La giornata è grigia, la telecamera indugia sulle donne con il velo e gli uomini con il turbante, sulle vetrine dei negozi delle macellerie halal mentre Lázár dice: “Siamo in uno dei quartieri malfamati dove fino a vent’anni fa non c’erano immigrati, ora gli unici cristiani bianchi che sono rimasti sono i pensionati. Così diventerà Budapest nei prossimi tempi se i partiti di opposizione lasceranno entrare gli immigrati”. Il video dura circa tre minuti durante i quali Lázár, sapientemente, espone un ragionamento xenofobo senza usare i toni della violenza. Evita le parole offensive per esprimere quello che sui social rivendica come un punto di vista personale: “Se li lasciamo entrare saranno loro a definire la quotidianità della nostra comunità”. Tre minuti di incitamento alla paura che il ministro ha postato sulla sua pagina ufficiale di Facebook martedì sera, salvo poi accorgersi il mattino dopo che la piattaforma lo aveva rimosso perché violava i princìpi che impediscono attacchi basati sull’identità razziale, etnica e religiosa. Il ministro ungherese ha subito ingaggiato una battaglia postando sulla sua bacheca lo screenshot contenente l’annuncio dell’eliminazione del video.

   

   

“Cari utenti – ha scritto – il filmato della mia visita a Vienna è stato censurato. Questo viola la libertà di espressione, pertanto invito gli amministratori di Facebook a renderlo nuovamente disponibile”. Il post è stato condiviso centinaia di volte, centinaia anche i commenti di solidarietà nei confronti del ministro, fino a quando il social non ha deciso la sera stessa di ripubblicare il video. “Le persone usano Facebook per promuovere idee e sensibilizzare su questioni importanti, ma rimuoviamo i contenuti che violano i nostri standard, compresi discorsi di incitamento all’odio – ha scritto il social in un comunicato per spiegare per quale motivo il video fosse stato ripristinato – Talvolta vengono fatte delle eccezioni se il contenuto è degno di nota, significativo o importante per l’interesse pubblico”. La piattaforma social è dovuta tornare sui suoi passi, costretta ad ammettere che quando il confine tra l’hate speech e le opinioni è labile, è alto il rischio di un cortocircuito. Il video del ministro ungherese è esattamente questo: esprime contenuti discutibili e razzisti, ma li espone con toni pacati. “Grazie a Facebook per la sua azione giusta e tempestiva”, ha scritto il ministro. Non sono mancati i commenti da parte di Vienna, dove un consigliere comunale ha dichiarato su Twitter di essere sconcertato dal racconto di Lázár che ha definito “un triste esempio di xenofobia”. L’Fpö, il partito nazionalista austriaco vicino alle idee di Orbán forse non ha apprezzato questo ritratto di Vienna come città invasa “con quartieri dalle strade sporche” e ha definito il video “inappropriato”.

  

La polemica intorno al video di Lázár è uscita da Facebook quando mercoledì sera un afghano di 23 anni ha aggredito con un coltello un’intera famiglia austriaca vicino al Prater, è fuggito e ha colpito un altro uomo, un giovane afghano come lui. Il padre della famiglia è grave, gli altri sono fuori pericolo. Catturato, ha negato moventi politici. Certamente del video di Lázár non sapeva nulla, ma il cortocircuito si espande.

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