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FIFA

Ci voleva il Papa (ma ci vuole sempre il Papa, ormai?), per rimettere le cose a posto. Quando ha parlato della sua morte, e ha chiesto che, se deve accadere, Dio non lo faccia soffrire troppo.

11 Marzo 2015 alle 16:34

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FIFA. Qui sono tutti, a chiacchiere, cazzuti – cazzoni inconcludenti, nei fatti. Tutti guerriglieri, tutti Che Guevara post prandiali, tutti Garibildi virtuali, tutti graduati da film di Monicelli, tutti virili incorruttibili. Ci voleva il Papa (ma ci vuole sempre il Papa, ormai?), per rimettere le cose a posto. Quando ha parlato della sua morte, e ha chiesto che, se deve accadere, Dio non lo faccia soffrire troppo: “Perché io sono molto fifone per il dolore fisico”. La nobiltà della fifa, dopo l’ignobiltà dell’abuso spacciato per coraggio – sempre esercitato, va da sé, verso chi è più debole, mai verso se stessi. Le parole di Bergoglio sono evocative di quelle di un altro grande gesuita, il cardinale Martini – pure lui, la morte ormai vicina, raccontava così la sua paura: “Io parto dal principio che Dio non pretenda troppo da me: sa cosa possiamo sopportare. Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano. Mi auguro di riuscire a pregare”. C’è solo da immaginarlo, di fronte alle parole del Papa, lo sdegno dei Rambo di cartapesta nostrani, i dannunziani della bella morte (altrui) e del bel gesto (dal lancio del pitale mai troppo distante). Il coraggio è cosa bellissima e meravigliosa – per esempio quello di Falcone e Borsellino e di Salvo D’Acquisto e di Mandel’stam, come di Allende e monsignor Romero e l’Agnese che va a morire sulla sua bicicletta e Dian Fossey – di cui solo con fatica, e quasi mai, siamo degni. Il coraggio dei coatti, dei prepotenti, dei bulli della morale, invece, è cosa ripugnante. Il Papa che racconta del suo essere “fifone” pare, insieme, coraggioso e umano: cioè divino – ché il coraggio, senza umanità, è buono solo per le canzonette di guerra e gli spari alla nuca e tristi parete nei pressi di Norimberga. La fifa, allora, è molto più rassicurante. Nino Manfredi cantava una vecchia canzone: c’erano le strade di Roma, e ogni strada gli ricordava una donna amata. Poi, purtroppo, c’era la guerra, diceva Manfredi – “e siccome io non sono molto portato per fare il guerriero, me so’ dato. Dice: perché, c’avevi paura? Sì, ed è questo il bello: perché se tutti c’avessero paura, la guerra non la farebbe più nessuno”. Certi, il coraggio pensano di esercitarlo costruendo l’inferno per gli altri o squartando bestie o facendo macellare creature. Sono i veri fifoni: quelli che si mascherano da coraggiosi senza mai un pizzico di coraggio proprio, i coraggiosi in maschera da Martedì Grasso, satolli di petardi e castagnole. Non sono da medaglia: nei casi più crudeli, solo magnaccia e mercanti e beccamorti delle pulsioni più oscure. Nei casi più pietosi, da affidare casomai alla sapienza della caposala.

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