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Più globale che mai

Sembra impossibile, ma il mondo contemporaneo è sempre più pacifico, connesso e resiliente

21 Novembre 2017 alle 15:21

Più globale che mai

Professor Cassese, il Regno Unito esce dall’Unione europea e va per la sua strada, gli Stati Uniti proclamano “America first”. Riappaiono gli egoismi nazionalistici? Siamo più diversi e distanti di prima?

Appaiono, in effetti, segni nuovi di particolarismo, che fanno temere una sorta di neo-feudalesimo. Lo straniero è nuovamente considerato estraneo. Di nuovo diventa di uso comune la parola identità. Vi è meno tolleranza delle differenze. C’è chi dice che sia finita la seconda globalizzazione. Gli stessi stati sono sfidati da territori e regioni. Non è chiaro che cosa ci unisce e che cosa ci divide.

 

E lei che dalla metà degli anni 80 del secolo scorso si è dedicato allo studio della globalizzazione vede con preoccupazione questa inversione del cammino del mondo.

 

Piano, piano. Io vorrei, innanzitutto, farle un elenco di quel che ci unisce. Se va a Shanghai vedrà nelle strade persone vestite allo stesso modo di noi occidentali. E così in tutto il mondo. E noterà che quasi tutti sono dotati di uno “smartphone”. Circa la metà dei 7 miliardi e 300 milioni di abitanti del pianeta usa internet. Circa un miliardo e mezzo di persone nel 2016 ha volato in aereo in una nazione diversa da quella in cui abita. La diffusione della televisione ha prodotto una rapida circolazione mondiale delle notizie, che contribuisce allo sviluppo di una opinione pubblica mondiale (basti pensare che questo mette certi temi ed eventi nell’agenda di tutte le classi dirigenti). Si vanno formando comunità di regole e di diritti, intorno alle quali si sviluppano anche comunità di storie. I circa duemila regimi regolatori globali governano sempre più orchestrando (cioè stabilendo cornici e tempi), oltre che regolando. Un politico di mezzo secolo fa viveva solo nel suo contesto nazionale, oggi naviga in sfere diverse, quella globale, quella sovranazionale, quella nazionale, quella locale. E, poi, ci sono fenomeni che restano più nascosti, che sono meno visibili.

 

Che sono?

 

Una larga condivisione mondiale del negativo, cosa che farebbe piacere a Hegel. Sempre più diffusa è la condanna del genocidio, della tortura, del lavoro forzato. Sempre più forte è la resilienza sociale, la capacità di assorbimento e di adattamento, la capacità di reagire positivamente, senza peggiorare la situazione. Sempre più numerose le comunità epistemiche globali, dai fisici ai cardiologi, ai giuristi. Sempre più abili i regolatori globali nell’“aggiustare” diversità nazionali e uniformità globale, ma non una volta per tutte, bensì operando settore per settore. C’è così una sorta di assorbimento delle diversità, non diversa da quello che è accaduto in Italia sotto il profilo linguistico e in Israele sotto il profilo demografico. Pensi soltanto che oggi parliamo tutti italiano (salvo conoscere eventualmente una seconda lingua, il dialetto), mentre il primo prefetto di Palermo dopo l’Unità, per comunicare con i notabili locali, doveva ricorrere al francese. E pensi all’integrazione di enormi masse di immigrati in Israele e in Canada.

 

Ma se sono tanti gli indicatori e i segni di un progresso verso una società multiculturale, come si spiegano i segni di frammentazione dai quali siamo partiti? Sono solo contraddizioni, solo moti contraddittori, solo un convivere di tendenze opposte?

 

Sì, c’è questo, ma c’è anche un difetto di ottica. Parto da un esempio. Richiesti di dire quale fosse la percentuale di stranieri in Italia, molti rispondenti hanno detto che sono il 27 per cento della popolazione italiana, cioè una cifra più di tre volte superiore a quella reale. Un altro esempio è tratto da un libro edito da Mondadori, che sto leggendo in questi giorni (Steven Pinker, “Il declino della violenza”). Pinker parte dall’affermazione diffusa per cui il XX secolo sarebbe il secolo più violento della storia e dimostra che, invece, in passato, la vita è stata più spietata, mentre ora è più pacifica. Dunque, affaccio l’ipotesi che Babele sia nei nostri occhi e nei nostri sentimenti, più che nella realtà. Abbiamo una percezione accentuata di fenomeni che o hanno portata più modesta, o addirittura non esistono. Talora l’enfatizzazione dipende da politiche pubbliche: pensi a quella che si è prodotta in Francia con la proibizione dell’uso nelle scuole del “voile islamique” e in Italia con la questione dell’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici. C’è, poi, la paura del nuovo, che produce a sua volta false credenze.

 

Ma questi fenomeni, per essere solo percepiti, non sono meno reali, o non danno luogo in misura minore a reazioni che sono reali.

 

Osservazione molto giusta. Le ricordo la tesi sostenuta da un grande studioso del mondo musulmano, Bernard Lewis, autore di un volume, edito da Mondadori nel 2010, con il titolo “Le origini della rabbia musulmana. 1500 anni di confronto tra Islam e Occidente”. Lewis indica tra le cause della “rabbia musulmana” la penetrazione dei costumi occidentali nell’islam e l’incapacità di quest’ultimo di fermarne la diffusione. Un altro esempio: il Tribunale costituzionale tedesco continua a battere sulla identità nazionale come fonte di ogni esclusività tedesca, da cui deriva la sovranità del popolo di quello stato, come se non si fosse ormai in presenza di identità multiple. Non quindi l’uomo a taglia unica, ma una partecipazione a diverse comunità. L’esempio delle lingue è sempre illuminante. Possediamo una lingua nazionale, ma conosciamo anche altre lingue, che chiamiamo straniere.

 

Rimane il tema spinoso delle diseguaglianze, che finora non abbiamo affrontato.

 

Proviamoci. Il tema, dopo il libro di Thomas Piketty, “Il capitale nel XXI secolo”, uscito in Francia nel 2013, è stato molto discusso. Di recente, la Luiss University Press ha pubblicato in italiano il volume di Branco Milanovic “Ingiustizia globale”. Da questa letteratura si evince che, con la cosiddetta seconda globalizzazione, quella degli ultimi trent’anni, molte più persone nel mondo vivono a livelli decenti: pensi soltanto al miglioramento delle condizioni di vita di masse di indiani e di cinesi da quando i loro prodotti hanno preso la via del commercio mondiale. C’è, poi, l’impoverimento della classe media storica dei paesi sviluppati, prodotto, però, più dalla trasformazione tecnologica che stiamo vivendo, che ha fatto morire e sta facendo scomparire molti mestieri, che dalla globalizzazione. C’è, infine, la formazione di una ristretta minoranza di cosiddetti super-ricchi.

 

Dunque, il lato negativo della globalizzazione. Non è meglio conservare alcune diversità?

 

Dobbiamo abituarci ad accettare alcuni aspetti contraddittori dei moti di fondo che conducono il mondo su strade nuove. Per spiegarle quel che voglio dire, le ricordo quel che è successo in Italia nei rapporti nord-sud. E’ un esempio significativo, che deve farci pensare alla complessità di questi cambiamenti. Ora, in Italia, in centocinquanta anni, il ritardo è diminuito, perché il mezzogiorno di oggi è in condizioni molto migliori di quello di ieri. Tuttavia, è aumentato il divario, perché, se il Mezzogiorno cammina, il nord corre. Quindi, la questione meridionale si ripresenta, anzi si approfondisce, nonostante che chi vive oggi nel sud stia in condizioni tanto migliore di coloro che vi risiedevano dopo l’Unità.

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