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ZODIAC

La recensione del film di David Fincher, con Mark Ruffalo, Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey jr, Brian Cox (Netflix)

17 Aprile 2020 alle 16:10

All’inizio Zodiac massacrava le coppiette. Appartate nel buio, o sulle rive di un lago. Si avvicinava vestito di nero, con un cappuccio, fucile o pugnale a seconda dei casi, magari un pezzo di corda. Era un serial killer anomalo, che sfuggiva ai profiler: gli esperti che studiano le vittime, e cercano di capire cosa i poveretti hanno in comune. Caso da manuale era “Manhunter” di Michael Mann, il primo film con lo psichiatra cannibale Hannibal Lecter. Gli uomini dell’Fbi visionavano i filmini delle famiglie massacrate, e si accorgevano quasi fuori tempo massimo che l’elemento in comune era il filmino, non la piscina o la mamma bionda. Zodiac era anche grafomane, così firmò la prima lettera crittografata spedita alla redazione del San Francisco Chronicle. Le decifrarono due coniugi esperti di enigmistica. Seguì una fitta corrispondenza dove l’assassino sfidava gli agenti, forniva le sue motivazioni (“Andrò certamente in paradiso e le persone che ho ucciso mi faranno da schiavi”), annunciava che avrebbe fatto saltare in aria uno scuolabus. David Fincher, che negli anni Settanta era giusto in età da pulmino scolastico, ha messo in scena – con gran classe, ritmo, maturità – l’uomo nero della sua infanzia. Il bogeyman che tentò di far schiattare chi ebbe la sventura di mettersi sulle sue tracce. Per esempio, il giornalista Paul Avery, che nel film è il meraviglioso Robert Downey jr: minacciato di morte quando pubblica un articolo dove descrive Zodiac come un omosessuale represso. Il cronista ha i capelli lunghi e veste hippie, il poliziotto Nick Toschi – l’altrettanto meraviglioso Mark Ruffalo – ha i basettoni, i riccioloni, e un tragico guardaroba: completo carta da zucchero, maglioni pesanti a collo alto, giacche e pantaloni a scacchi piccoli, grandi e medi, pistola sempre sotto l’ascella, probabilmente anche quando con il papillon va al cinema per vedere “Dirty Harry” con Clint Eastwood (Scorpio, il primo caso dell’ispettore Callaghan, era Zodiac appena camuffato). Completa il “trio of beauties” – stava scritto sul New York Times, mica sul giornale delle sciampiste – Jake Gyllenhaal.

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