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CENA CON DELITTO

La recensione del film di Rian Johnson, con Daniel Craig, Chris Evans, Lakeith Stanfield, Ana de Armas (noleggio o acquisto su Chili)

17 Aprile 2020 alle 16:13

La rivincita dei gialli classici sui thriller. Il ritorno delle trame tra soffitte e salotti, dove si uccide senza una goccia di sangue sul tappeto, solo le peonie mostrano segni di maltrattamenti (era l’accusa mossa dagli scrittori dell’hard boiled school che si ripresero i delitti per trasferirli nei vicoli cittadini). Torna Agatha Christie, a cui tutto è perdonato dopo anni di CSI e serial killer (ma la scrittrice aveva i suoi guizzi sperimentali: “L’assassinio di Roger Ackroyd” ha contro ogni regola un narratore bugiardo, e a volte i colpevoli se la cavano). Torna perfino Poirot con le sue cellule grigie sempre al lavoro e l’accento bizzarro. E’ Daniel Craig, provvisto in originale – ma purtroppo su questo Chili si sta ancora attrezzando, si parla di maggio – di un accento del sud che i recensori americani definiscono Kentucky-fried o deep-fried. Si presenta come Benoit Blanc, detective privato. Arruolato da chi, non si sa. Parrebbe un suicidio, nella grande casa goticheggiante. Festeggiati gli 85 anni, circondato dai famigliari, lo scrittore di gialli Harlan Thrombey – l’attore è Christopher Plummer – viene trovato morto dalla cameriera che gli porta la colazione. Ha preso un pugnale dei tanti che colleziona per tagliarsi la gola. Ora, chiunque abbia letto qualche giallo in vita sua ha forti sospetti sul metodo. Non la polizia, che sembra bersi ogni dichiarazione dei famigliari. La figlia prediletta di papà (Jamie Lee Curtis): donna d’affari tradita dal marito. Il figlio che gestisce la casa editrice e vorrebbe vendere i diritti sui romanzi paterni al cinema e alla tv (strano che non l’abbiano già fatto). Il figlio nullafacente escluso dal testamento. La nuora che intasca un doppio assegno. Somiglia al gioco da tavolo – esistevano, e ancora esistono – chiamato Cluedo. Sei sospettati, i dadi, le pedine, un candelabro come arma letale. Per un tocco di contemporaneità, l’infermiera immigrata.

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