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Sola al mio matrimonio

La recensione del film di Marta Bergman, con Alina Serban, Tom Vermeir, Rebecgìha Anghel, Marian Samu

6 Marzo 2020 alle 20:23

Agenzia matrimoniale “Troverai”, dalle parti di Bucarest. Bisogna riempire una scheda con le qualità e i difetti, ma la giovane rom Pamela non sa scrivere, li dice a voce: “Seria, imparo presto, intelligente, attiva, affidabile”. I difetti non sono previsti dalla sceneggiatura. Non in questo momento, almeno. Lo spettatore avrà due ore di film per scoprirli. Pamela indossa il vestito scollato della madre, lascia il tugurio dove vive con la nonna e la figlia piccola (un solo letto per tre) e chiede all’agenzia matrimoniale “un francese, uno che si faccia la doccia”. Trova i cento dollari previsti dalla tariffa, e anche un belga – non si può avere esattamente quel che si chiede – che le porta rispetto. “Non sei una merce”, le dice, dopo aver ricevuto in regalo una grappa di prugne (per papà), una boccetta di Chanel numero 5 sicuramente Made in Romania (per la mamma) e un alberello luminoso da comodino (rispunterà, lampeggiante, quando finiscono a letto insieme). Lui non ha la tv – “C’est débile”, roba da deficienti – e ascolta musica inascoltabile. Per la serie “differenze culturali”, c’è il cibo cinese da mangiare con le bacchette. Abbiamo – avevamo, forse: la stagione d’oro sembra finita – un debole per il cinema rumeno che aveva storie da raccontare e non annoiava. Qui si poteva togliere una mezz’ora senza danni, anzi. Per esempio, le corse di Pamela sempre in ritardo per andare a prendere la figlia, nel villaggio sotto la neve e senza acqua corrente. L’attrice Alina Serban ha una faccia curiosa e una notevole cocciutaggine quando vuole imparare il francese a tutti i costi. L’idillio non si compie, la rom e il belga (settore strumenti medici e riabilitazione) hanno idee differenti sull’ordine casalingo: il primo giorno lei apre tutti i cassetti e lascia l’acqua scorrere. Come sul divertimento, lei vorrebbe andare in discoteca lui non ne vuole sapere. La regista e sceneggiatrice Marta Bergman (rom che vive in Belgio, finora aveva girato documentari sulla sua comunità) cerca di imitare nelle inquadrature i fratelli Dardenne. Mani, nuca, riccioli, capelli tinti in casa, niente soldi, molti dettagli, un po’ di respiro solo nella casa belga.

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