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Modalità aereo

La recensione del film di Fausto Brizzi, con Lillo, Paolo Ruffini, Violante Placido, Dino Abbrescia

22 Febbraio 2019 alle 15:36

Siamo per la separazione delle carriere. E per i distinguo. Da sempre garantisti, anche in materia di molestie e palpeggiamenti. Si fanno le denunce (in tribunale) e il tribunale decide, con possibilità di appello e pure di terzo grado. Giusto un promemoria, per le celebrità molestate: fate un nodo al fazzoletto, e vedete di raccontare il fattaccio ai giudici prima che alla tv o ai giornalisti. Questo per quanto riguarda la vita privata, lo sputtanamento che da sempre è uno sport nazionale, le accuse mosse senza fare il nome del presunto colpevole, solo un preciso identikit (in Italia non possiamo fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti, figuriamoci se non si conoscono tra loro tutti quelli del cinema). Speriamo si affermi il modello Woody Allen, che vuole 68 milioni di dollari da Amazon per sequestro di un film tenuto prigioniero – più altri da girare, com’era scritto nel contratto. Le accuse contro Fausto Brizzi sono state archiviate, e il suo ultimo film esce tra un coro di lodi che fanno sospettare una coda di paglia. Prima la benzina sul fuoco, e ora gli applausi: film maturo, bellissimo, divertentissimo, esemplare, ritmato, perfino un racconto morale sui danni combinati da social e smartphone. “Modalità aereo” non ha tutte queste qualità, è anche un po’ faticoso da guardare. Paolo Ruffini, che in “L’agenzia dei bugiardi” di Volfango De Biasi aveva trovato per la prima volta una misura, ricade nell’antipatia unidimensionale. Colpa della sceneggiatura, che non riesce a uscire dalla trappola: i poveri sono simpatici, e trattati con affetto e rispetto anche quando mettono in atto terribili vendette (qui sono Lillo e Dino Abbrescia – vi ha mai detto nessuno che una spalla con un’altra spalla proprio non funziona, quanto a comicità?). I ricchi sono odiosi e sfruttatori, sempre trattati con disprezzo – fino a un secondo dalla fine, lì si possono redimere. I cinesi dovrebbero fare causa, ma non lo faranno perché il cinema italiano non gira il mondo come i vestiti di Dolce & Gabbana. Si fa guardare (con un po’ di tenerezza, sembra paracadutata da un altro film) solo la hostess Violante Placido.

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