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L’UOMO DAL CUORE DI FERRO

La recensione del film di Cedric Jimenez, con Jason Clarke, Jack Reynor, Mia Wasikowska

25 Gennaio 2019 alle 16:53

Praga, 27 maggio 1942. Due impavidi giovanotti della residenza ceca addestrati a Londra sbucano dal loro nascondiglio per uccidere Reynard Heydrich, soprannominato “Il macellaio” per la costanza con cui ammazzava gli ebrei in Boemia e Moldavia. Tanta pratica lo spinse a fare le cose più in grande: fu lui a architettare la Soluzione Finale, consegnando il progettino a Heinrich Himmler. Da qui l’acronimo “HHhH” sulla copertina del romanzo di Laurent Binet (Einaudi), tradotto nel sottotitolo come “Il cervello di Himmler si chiama Heydrich”. Era invece Hitler in person a chiamarlo “L’uomo dal cuore di ferro”. Il mitra dell’impavido giovanotto si inceppa, una bomba cerca di finire il lavoro, lo spettatore viene fatto tornare indietro, alle prime imprese e all’ascesa del nazista. Molto contribuirono un incidente con una ragazza, e una moglie fanatica, ma evidentemente era predisposto. Siamo di nuovo alla sparatoria finita male, e comincia la parte più appassionante di un film che sembrava noiosamente avviato verso la biografia del mostro. La prospettiva è ora dalla parte dei due giovanotti: arrivo a Praga, preparazione dell’attentato, disperato tentativo di fuga.

 

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