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WIDOWS - EREDITA’ CRIMINALE

La recensione del film di Steve McQueen, con Viola Davis, Elizabeth Debicki, Michelle Rodriguez, Colin Farrell

16 Novembre 2018 alle 17:03

Da sempre diffidiamo dei registi artisti. Vale per chi si appioppa da sé l’etichetta, convinto che faccia fine e compensi le manchevolezze di scrittura o di regia. Vale doppiamente per chi, come il londinese Steve McQueen, davvero proviene dall’arte contemporanea: per le sue sculture e fotografie ebbe il Turner Prize nel 1999. Ha sfondato con “12 anni schiavo”, tipico film vincitore di Oscar che pochi anni dopo (era il 2014) rivela la sua natura di pasticcio con sfumature ricattatorie. Ingredienti: l’era trionfante di Barack Obama, la denuncia dello schiavismo, la violenza - ai confini del torture porn, frustate che sfilacciano la carne. A parlarne male, si era bollati come negrieri. Era successo lo stesso con “Hunger”, il film sull’agonia di Bobby Sands (l’irlandese imbratta di merda le pareti per protesta, il regista lo inquadra come se fosse Pollock) e pure con “Shame” (siccome il protagonista era ossessionato dal sesso, qui l’accusa era di bacchettonismo). Però uno può sempre migliorare, magari aiutandosi con la tv. La notizia che Steve McQueen avrebbe diretto un film dalla sua serie prediletta - “Widows”, firmata da Lynda La Plante, erano gli anni 80 e le vedove avevano fantastiche cotonature - sembrava andare nella direzione giusta: l’occasione per smetterla con il manierismo che ha inflitto finora allo spettatore. Buona anche l’idea di spostare l’azione a Chicago e affidare la sceneggiatura Gillian Flynn di “Gone Girl - L’amore bugiardo”: finalmente una donna per cui fare il tifo. La trama c’era, anche troppa. Una rapina finisce malissimo, i criminali muoiono bruciati, le vedove al comando di Viola Davis tentano in colpo da cinque milioni di dollari usando gli appunti lasciati dal defunto Liam Neeson in un quadernino. Neanche tanto sullo sfondo, la lotta tra i politici vecchi - i bianchi, nonché corrotti, Robert Duvall e Colin Farrell - e i politici nuovi, neri e violenti. Nel giro di un paio di scene, Steve McQueen cancella ogni illusione. Prende un genere popolare come il film di rapina e cerca di nobilitarlo artisticamente con la lentezza, il compiacimento, le vedove che si impadroniscono del loro destino.

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Commenti all'articolo

  • fabriziocelliforli

    21 Novembre 2018 - 18:06

    Tutte le volte che vedo nominato SteveMcQueen ho un sussulto, perché per me di Steve Mc Queen ce n'è uno anzi due: il protagonista di Papillon, il Caso Thomas Crown del 1968, Bullitt ; il celeberrimo Lp epocale dei Prefab Sprout, a lui dedicato. Il fatto che esista accidentalmente un altro Steve Mc Queen mi fa pensare all'eternità dell'Unico.

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