Vedere o non vedere il prigioniero coreano?

La recensione del film di Kim Ki-Duk, con Ryoo Seung-Bum, Lee Won-Geun, Choi Gwi-Hwa, Jo Jae-Ryong

13 Aprile 2018 alle 20:01

Pochi registi come Kim Ki-Duk son capaci di passare da crudeli punizioni inflitte allo spettatore a film che non sembrano neanche suoi, tanto rispettano il patto secondo cui il cinema, se non proprio farci ballare sulla sedia, deve perlomeno non annoiare. Premiato con il Leone d’oro a Venezia nel 2012, “Pietà” avrà avuto pure i suoi meriti formali e melodrammatici – trattava di incesto, tra altre sgradevolezze – ma non lo consiglieremmo a nessuno. Peggio andava con “Moebius”, che citiamo solo perché va messo di diritto – se qualcuno si desse la pena di crearla – in una Wunderkammer di stranezze, obbrobri, curiosità cinematografiche (sappiate che si procurano orgasmi strofinandosi i piedi a sangue, dopo un paio tra evirazioni e trapianti). “Il prigioniero coreano” risulta un po’ sorpassato dai fatti, ma non è colpa di Kim Ki-Duk, che lo ha girato nel 2016, prima delle Olimpiadi dove la squadra coreana del sud e la squadra coreana del nord hanno sfilato insieme. Nel frattempo tre attrici hanno accusato il regista di stupro, ma deve avere più santi nel paradiso dei cinefili di Woody Allen. In un momento di lucidità che forse spiacerà ai suoi fan sfegatati, il regista mette insieme una storia sensata e interessante. Un pescatore del nord ha un guasto al motore, con la sua barchetta sconfina nel sud. A nulla servono avvertimenti e minacce, il concetto di “andare alla deriva” sfugge sia agli amici sia ai nemici. Viene fatto prigioniero e accusato di spionaggio, nell’inferno capitalista che la propaganda gli ha insegnato a temere sopra ogni cosa. I sudisti cercano di corromperlo mostrandogli le mille luci della città e le gioie del vivere liberi. Lui, per restare puro e perché vorrebbe tornarsene a casetta, gira con una benda sugli occhi per vedere il meno possibile. Però osserva la grande povertà, accanto agli sfarzi. Spiegazione: dove c’è una grande luce c’è anche una grande ombra. Il ritorno al nord non sarà facile, e neppure privo di rischi. I dittatori sono anche sospettosi dei capitalisti, pensano che il poveretto sia stato comprato, condizionato, addestrato come spia e rimandato al mittente.

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