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Perché andare a vedere Ready Player One

Di Steven Spielberg, con Olivia Cooke, Tye Sheridan, Mark Rylance, Simon Pegg

30 Marzo 2018 alle 18:04

Ricordate un videogioco Atari chiamato “Adventure”? Noi no, ma sappiamo riconoscere una madeleine quando ne vediamo una. Quando poi i biscottini evocatrici di ricordi si contano a centinaia, l’effetto dà le vertigini. Astenersi ragazzi degli anni 80 che si sdilinquiscono davanti alla serie “Stranger Things”, potrebbero uscirne sconvolti. Astenersi anche cultori di “The Post”, elogio del giornalismo d’inchiesta che fu – nella parte degli eroi, un quotidiano che quell’inchiesta neppure l’aveva fatta, e la proprietaria che voleva eliminare l’altro giornale di Washington (riuscì nell’intento). Troviamo più incanto, e più originalità, in un quarto d’ora di “Ready Player One” che nelle due ore di giornalismo a schiena dritta.

 

L’anno è il 2045, in un postaccio detto Le Cataste: roulotte su ponteggi, e per il resto miseria. Grande è la tentazione di inforcare il visore e fuggire su Oasis, gioco di realtà virtuale dove puoi essere chi vuoi, e incontrare chiunque. Per esempio, puoi ballare alla maniera di John Travolta in una discoteca che non conosce gravità. Oppure puoi correre una gara automobilistica con la DeLorean di “Ritorno al futuro”, sapendo però che prima del traguardo a Central Park ti sbarreranno la strada King Kong e il T-Rex di “Jurassic Park”.

  

Accettata la premessa, senza la quale “Ready Player One” è solo rumore e furia, o se preferite “una favola raccontata da un’idiota,” arriva il McGuffin – direbbe Hitchcock: quel che serve per portare avanti la trama. L’inventore di Oasis, l’attore Mark Rylance in modalità super-nerd, è morto lasciando il suo impero e la sua enorme fortuna a chi saprà trovare l’Easter Egg nascosto nel gioco (dicesi Easter Egg una sorpresa che si rivela solo ai giocatori più che abili, purché sappiano pensare fuori dagli schemi).

 

Pronti e via, il film è tutto un luna park di citazioni, giacché bisogna esaminare quel che il creatore del gioco aveva in testa. Pop culture, videogiochi e cinema: nessuno aveva mai trattato così Stanley Kubrick e il suo “Shining”. Tocco di classe, gli avatar scelti dai giocatori: la ragazzina con la voglia di fragola in faccia la trasforma in vezzose lentiggini.

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