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Benvenuti a casa mia

Il film di Philippe de Chauveron, con Christian Clavier, Ary Abittan, Elsa Zylberstein, Cyril Lecomte

9 Marzo 2018 alle 15:29

Un film azzeccato non garantisce il seguito. Qua però siamo sotto il minimo, roba da far pensare a una doppia personalità (o a un nero sostituto, nel senso del ghost writer). “Non sposate le mie figlie” era divertente e originale, con il povero padre di famiglia – gollista e cattolico, casa nella Francia profonda – che doveva cavarsela prima con un genero algerino musulmano, poi un genero cinese ateo, poi un genero ebreo. Il titolo originale suonava “Cosa abbiamo fatto al buon Dio” (sottinteso: “Per meritarci questo”). La quarta rampolla, l’unica che sembra dar soddisfazioni, sposa un cattolico. Nerissimo, e con i capelli rasta perché viene dalla Costa d’Avorio (e ha genitori razzisti contro i bianchi, colpevoli di aver depredato le ricchezze africane, da risarcire accollandosi le spese del matrimonio). “Benvenuti a casa mia” ricama sul tema “aiuta gli immigrati a casa tua, se ci tieni”. Lo scrittore radical chic ha scritto un libro intitolato “A braccia aperte”, un avversario lo sfida a far seguire i fatti alle parole. Una famiglia di rom (guai a chiamarli zingari, si offendono) ascolta la trasmissione e il giorno dopo piazza la roulotte tra la siepe e la piscina. Con tutta la famigliona, comprensiva di maiale che scava buche nel prato, e di un francese che essendo sfrattato aveva trovato rifugio tra i nomadi, sotto il cavalcavia. Quel che succede, tra sensi di colpa e pasticci della signora moglie che fa scultura con la spazzatura – facile questa, no? le altre sono perfino più scarse – si può prevedere nei dettagli. Il più simpatico è il cameriere indiano che rifiuta di servire i nuovi arrivati, mentre Madame con la salopette da artista rifornisce con lenzuola di bucato le stanze degli ospiti (qualcuno ha detto: “Ma che ospitalità è se neanche li fate dormire a casa?”). L’editore è contento perché vende un sacco di copie, i rom escono di casa per andare a rubacchiare vestiti da peruviani, danno meno nell’occhio. Anche questa hit parade tra gli stranieri l’abbiamo vista in un paio di film almeno. Il primo era “Chouchou” dell’algerino Merzak Allouache, con Gad Elmaleh, correva l’anno 2002.

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