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Il mio Godard

di Michel Hazanavicius, con Louis Garrel, Stacy Martin, Berenice Bejo, Micha Lescot

3 Novembre 2017 alle 20:56

Non solo Goffredo Fofi, che spara su “Dunkirk”. Altri giapponesi vagano nella giungla combattendo una guerra finita da un pezzo. A differenza di Goffredo Fofi (classe 1937), questi non hanno neppure l’attenuante anagrafica. Su Sentieri Selvaggi leggiamo: “Prima o poi doveva accadere che la borghesia si vendicasse di Jean-Luc Godard. Ci ha pensato Michel Hazanavicius”. E via con gli insulti all’indirizzo del regista, già colpevole con “The Artist” di aver sfruttato il cinema muto per appagare “il pubblico dei salotti e quello hollywoodiano”. Toni e ideologia da anni Settanta, quando i critici che scrivono su Sentieri Selvaggi (e purtroppo insegnano alla scuola di cinema con lo stesso nome) neanche erano nati. Da tempo raccogliamo prove per dimostrare che i giovani critici son più vecchi dei vecchi: questa è preziosa. Messa da parte la lesa maestà – per un maestro che da troppi anni ci annoia con i suoi deliri, qualcuno girato a bordo della Costa Concordia, qualche altro in un 3D buono soltanto a procurare l’emicrania – “Il mio Godard” è molto meglio del santino che sembrava quando fu annunciato. La sovrapposizione tra l’antipatico regista e l’antipatico attore Louis Garrel che ne rifà le manie e i proclami, con gli occhiali sempre rotti e l’accento svizzero (bello sarebbe se girasse ogni tanto una versione con i sottotitoli) funziona benissimo. La spedizione al festival di Cannes 1968 è un monumento all’autolesionismo in nome della rivoluzione. “Le Redoutable” era il titolo originale, dalla frase che scandiva un reportage sul sottomarino nucleare francese costruito nel 1967: “Così va la vita, a bordo del Redoutable”. In casa di Godard e della giovanissima moglie Anne Wiazemsky era ripetuta per comporre gli screzi, che poi diventarono litigi. Lei partì per andare a girare un film con Marco Ferreri, “Il seme dell’uomo” (perfetto il ristorante con formica verdolina anni 60, meglio del bar disegnato da Wes Anderson per la Fondazione Prada a Milano). Nel copione c’erano tante scene di nudo. “Artistiche e necessarie”, disse lei per rassicurare il gelosissimo Godard, che sapeva bene come vanno queste faccende. Aveva conosciuto Anne Wiazemsky sul set di “La cinese”.

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