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120 BATTITI AL MINUTO

di Robin Campillo, con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adéle Haenel

6 Ottobre 2017 alle 20:06

Racconta l’Aids: è un fatto, non uno spoiler (già son molto chiacchierati gli insulti su internet, converrebbe però il silenzio stampa: il cretino è anche narciso, quando una sua sputacchiata provoca scompiglio si monta ancor di più la testa). Ma non è noioso, non procede lento, non esibisce intenti educativi, non fa proselitismo, non guarda soltanto al più immediato pubblico di riferimento. E’ cinema, premio speciale della giuria al Festival di Cannes e candidato francese agli Oscar. E’ cinema, scritto magnificamente come “La classe”, il film di Laurent Cantet che nel 2008 vinse la Palma d’oro a Cannes. Il regista Robin Campillo era tra gli sceneggiatori, in “120 battiti al minuto” ritroviamo la stessa naturalezza e concitazione nei dialoghi. La chiassosa scolaresca della banlieue scolaresca non è tanto diversa dagli attivisti di Acts Up-Paris che agli inizi degli anni 90 programmavano azioni di disturbo contro le case farmaceutiche (spaventare con sacche di sangue finto? tentare mosse meno invasive? allearsi con i politici o far da soli, mentre tutti i tuoi amici si ammalano e muoiono?). Il regista – allora lavorava come semplice montatore – faceva parte del gruppo parigino, anche a lui capitò di vestire per il funerale un amico morto di Aids. L’unico volto noto è Adéle Haenel, l’attrice che in “The Fighters - Addestramento di vita” (il titolo invita alla fuga, il film era bello) si fa un frullato con un pescetto intero, la lisca fornisce calcio più del latte. Sono tutti bravissimi, incrociamo le dita per il doppiaggio. I 120 battiti si riferiscono al cuore e al ritmo della house music nata nelle discoteche di Chicago: sembrano brani originali, sono quasi tutti composti per il film da Arnaud Rebotini (sua la collezione di strumenti necessari a riprodurre ritmo e sonorità). E’ cinema, quindi avvolge lo spettatore, gli fa scoprire atti di guerriglia mediatica intelligente, commuove i sensibili con le storie personali, seduce i cinici con l’audacia della regia e del montaggio. Conferma il talento di Robin Campillo, che nel 2004 aveva scritto e girato l’horror “Les revenants”, ispirazione per la celebre serie della tv francese.

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