FAUST

Mariarosa Mancuso

    Abbiamo provato a descrivere il “Faust” (Leone d'oro a Venezia) come un'opera mondo. Uno di quei film – ma vale anche per certi romanzi (il copyright della formula lo detiene Franco Moretti fratello di Nanni) – stratificati e avvolgenti, che seguono solo le proprie regole. Film che hanno l'horror vacui, quindi riempiono all'inverosimile ogni inquadratura, anche in profondità: sfondo, primo piano, primissimo piano, una controscena nell'angoletto, o un dettaglio incongruo che si somma agli altri. Uno di quei film che non risparmiano sui dialoghi, concedendosi anche il lusso della lingua adatta: Alexandr Sokurov è un regista russo, ma il suo Mefistofele lo ha voluto nel tedesco di Goethe. La colonna sonora deve combattere, per riuscire a farsi sentire: Wagner in questi casi dimostra tutta la sua utilità. Oh gioia, finalmente un film massimalista: la rarefazione sarà anche elegante come gli arredamenti bianchi e acciaio, ma qualche volta fa rimpiangere i ninnoli e i soprammobili della nonna. Avevamo provato a descrivere questo Faust come un'opera mondo, compilando una piccola mappa a uso dello spettatore. Parecchia pittura, fiamminga, ma non solo, dalla “Lezione di anatomia” di Rembrandt (prima scena, quando un cadavere viene smembrato in cerca dell'anima) a Vermeer (ogni volta che entra in scena la bella Margherita), passando per Hieronymus Bosch, quando il molliccio e spelacchiato Belzebù si rivela asessuato davanti, e con una codina dietro. Parecchia filosofia, non di quella che insegna a vivere. Un patto diabolico scritto con sangue e svarioni ortografici. Abbiamo provato a descrivere questo “Faust” come la controparte nera di “L'albero della vita” di Terrence Malick: usurai e brama di potere contro tramonti e piedini di bambini, terra e sporcizia contro cielo e candore. Abbiamo provato di tutto per convincervi a vedere il film, ultimo capitolo in una tetralogia del potere cominciata con Hitler, Lenin e HiroHito (anche “L'arca russa”, passeggiata di un'ora e mezza all'Hermitage, non è niente male). Abbiamo provato ad attirarvi riferendo che Sokurov non dimentica lo smalto fango di Chanel. Abbiamo provato, appunto. Perché la sintesi magnifica e convincente era sull'Hollywood Reporter: “Taking highbrow to the edge of slapstick”. Cultura alta e comicità da cinema muto.