Buona la prima per il Maggio fiorentino di Tjeknavorian

Debutto operistico col botto per il "Tjek": Tjeknavorian conquista Firenze con un Ballo in maschera tecnicamente ineccepibile, ma lo specifico verdiano è ancora da affinare. Compagnia di canto e regia Kennedy sopra le righe

di
15 MAY 26
Immagine di Buona la prima per il Maggio fiorentino di Tjeknavorian

Foto LaPresse

Il debutto operistico del “Tjek” val bene una mossa. Dunque, massicce transumanze milanesi al Maggio fiorentino perché Emmanuel Tjeknavorian, austroarmeno, 31 anni, amatissimo direttore musicale debordante di carisma della Sinfonica appunto milanese (l’ex Verdi), si mette finalmente all’opera. E che opera: un ballo in maschera, uno dei sempreVerdi più difficili nella sua continua alternanza di registri, Offenbach e Wagner nella stessa serata. Che il “Tjek” possa fare anche l’opera come tutto il resto, cioè benissimo, lo si è capito subito, dal perfetto bilanciamento del suono fra buca e palco e dalla precisione impeccabile dei concertati. Latita, per ora, lo specifico melodrammatico in generale e verdiano in particolare. Non è tanto una scelta di tempi, lentini anzichenò, quanto della loro articolazione interna, che dovrebbe essere più libera e morbida. Arriverà. Non è un caso che i momenti migliori di Tjeknavorian siano le introduzioni strumentali alle varie scene (folgorante quella di Ulrica, con una raffinatissima ricerca sui colori dell’eccellente Orchestra fiorentina), mentre gli accompagnamenti delle arie risultano un po’ troppo rigidi. In ogni caso, buona la prima ma il giovin direttore andrebbe risentito alle repliche e prossimamente all’Opera di Roma per il debutto successivo, nelle Nozze di Figaro (a proposito di opere facili…).
Al Tjek un Maggio in gran forma ha comunque servito un’ottima compagnia di canto, che per il Ballo è più l’eccezione che la regola. Non per fare del nazionalsovranismo scemo tipo “Verdi è mio quindi lo canto io”, ma le cinque prime parti si dividono in due gruppi. I tre italiani, Antonio Poli-Riccardo, Chiara Isotton-Amelia e Lavinia Bini-Oscar (qui però non en travesti ma donna-donna, quindi diciamo lady Oscar) hanno voci bellissime, cantano bene e danno significato a ogni singola parola. I due dell’est, Ksenia Dudnikova-Ulrica e Bogdan Baciu-Renato, hanno voci bellissime, cantano bene e sembra che compitino l’elenco telefonico. Buoni i comprimari, altra rarità, e ottimo al solito il Coro di Lorenzo Fratini.
Lo spettacolo di Valentina Carrasco è molto interessante. Com’è noto, ma evidentemente non agli spettatori modello “povero Verdi”, il Ballo fu ambientato nell’America del Seicento non per Sua volontà ma a seguito delle risse con la censura prima borbonica del ramo Napoli e poi pontificia. L’azione si svolgeva inizialmente in Svezia, poi di trattativa in trattativa traslocò in Pomerania, nella Firenze del Trecento e perfino nel Caucaso. Se alla fine fu collocata a Boston, e in un’epoca che evoca più le streghe di Salem che dei puritani che bisbocciano a un ballo in maschera splendidissimo, la volontà non è del povero Verdi ma di monsignor Antonio Matteucci, capo della polizia papalina, o di qualche altro prete. Quindi non ha alcun senso strillare se l’America resta ma diventa quella degli early Sixties, Riccardo è JFK, Ulrica un Martin Luther King che predice anche il futuro e i cospiratori dei membri del Ku Klux Klan (il Primo Giudice è però curiosamente uguale all’ex sindaco Nardella). Nell’orrido campo, Amelia si rifugia in una cabina telefonica, il ballo è pieno di cheerleader, e naturalmente non mancano né Lee Oswald con il suo fucile né Jackie in tailleur rosa e consolabile vedovanza (la Callas ne seppe qualcosa). Spettacolo divertente, funzionale e funzionante, anche se non è uno dei Carrasco ottimi massimi come il Nixon in China dell’Opéra che andrà alla Scala alla prossima stagione. Le contestazioni che gli sono toccate nel generale tripudio per il Tjek e tutti gli altri appaiono un po’ esagerate.