“La musica deve tornare a dare fastidio”. Mannarino, tra Maradona e Pasolini

“In una società fredda e digitale, l'artista deve celebrare l'umanità in tutta la sua imperfezione”. “Primo Amore” è il nuovo album del cantautore romano. In tour nei festival estivi, con appuntamento casalingo il 10 luglio al Rock In Roma

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11 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 03:02 PM
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“La verità nasce nel sudore dei club e nelle pieghe dell'imperfezione umana. In un mondo che ci vuole solo carne da cronaca, l'artista deve tornare a essere un perturbatore”. Così il cantautore romano Alessandro Mannarino racconta al Foglio il suo nuovo album “Primo Amore”, uscito lo scorso 8 maggio per BMG, a cinque anni di distanza dal precedente “V”.
Prodotto tra Roma, Milano e Brooklyn da  Mannarino e Francesco Fugazza e arricchito dalle percussioni di Mauro Refosco, “Primo Amore” è un viaggio circolare che vive tra il cielo e la terra. “Ci ho messo cinque anni a scrivere questo album perché volevo unire il personale all'universale”, spiega il cantautore. “È totalmente autobiografico. Non c'è un brano in cui non parli di cose che ho vissuto o sentito profondamente”. Il disco parte dall'urgenza di “Ciao”, una resistenza fatta di fragilità, e attraversa l'invocazione di “Dammi”, dove il desiderio sfida la legge del profitto. In questo pellegrinaggio sonoro, Mannarino eleva la cronaca a mito con “Maradona”, per poi denunciare in “Carne” l’alienazione dell’uomo ridotto a ingranaggio sociale. Il viaggio trova la sua catarsi nel misticismo di “Bambino” e si compie infine nella title-track “Primo Amore”, per un ritorno alle radici in cui la vita non ha più paura di guardare in faccia la morte. Un'esperienza che dalle canzoni si farà voce e sudore sui palchi di tutta Italia. Mannarino torna infatti con una tournée in partenza il 21 giugno da Fermo nei principali festival della penisola, tra cui il Rock in Roma il 10 luglio e il Locus Festival il 9 agosto, fino alla data finale l'11 settembre al Parco della Musica di Milano.
“Primo Amore” è un'opera fatta di sottrazioni, dove il folk romano incontra la dub, il reggae e l'elettronica per dare voce a una domanda essenziale: “Chi siamo davvero?”. Un quesito che però, come racconta lui stesso, “resta aperto perché nel disco non sono arrivato a una conclusione univoca. Ho cercato qualcosa che raccontasse ciò che abita dentro di noi e non esce sempre allo scoperto nella vita razionale. Mi riferisco alla dimensione del sogno, dell'irrazionale, del sacro”. Per il cantautore, “è l'umanità a essersi allontanata da queste dimensioni per scelte sociali, prediligendo l'organizzazione materiale, ma io credo che quella sia la vera sorgente del nostro essere. Il titolo, Primo Amore, rimanda proprio a quel momento in cui qualcosa nasce e, allo stesso tempo, muore per sempre. Ed è lì che tutto diventa eterno”.
In “Carne” questa idea di sacro si scontra con l'uomo ridotto a funzione. È la stessa mutazione antropologica denunciata da Pasolini negli “Scritti corsari”? 
"Quel libro mi ha formato molto. Negli anni Settanta, Pasolini vedeva nella società contadina una purezza poi corrotta dai mass media e dall'urbanizzazione, che ha ridotto l'uomo a un semplice numero. Nella canzone parlo dell'uomo visto con gli 'occhi freddi della cronaca', cioè visto solo come, appunto, carne. In una società dove il denaro è il nuovo Dio, spesso sembriamo solo pezzi di carne di un meccanismo. Però dico anche che sento nella carne le 'cose più vere'. Mi riferisco al rapporto umano, carnale, all'amore che ci riconnette a una sensazione di libertà e di divino".
Divino come quello che è stato “Maradona” per Napoli e non solo.
"Maradona è il 'Dio dei poveri', un simbolo mondiale del sogno. Il calcio è lo sport più popolare perché ha infinite variabili, un po' come la vita. Diego nel mio brano rappresenta sia il Dio che l'uomo che sta 'lì sotto', tra tribunali, carceri e polvere, ma ti fa sentire che la vita è bella in qualsiasi condizione quando alzi gli occhi al cielo".
Come mai ha scelto di chiudere il disco proprio con il brano che gli dà il nome?
"Perché rappresenta la ricaduta a terra. Parla dell'amore come rito di passaggio all'età adulta, dove ti porti dietro tutto il tuo vissuto familiare e ti apri a qualcuno che può farti nascere o ucciderti. Rappresenta anche la mia protezione dopo essere stato ferito da un amore passato".
Questa ricerca di umanità si scontra però con la realtà degli spazi. Lei è cresciuto nei locali romani, che oggi chiudono uno dopo l'altro. Che succede alla musica quando perde i suoi presìdi territoriali?
"Oggi c'è un problema reale, sotto gli occhi di tutti. Se chiudono i piccoli posti dove si fa musica dal vivo, si toglie l'ossigeno alla cultura. I grandi palchi sono bellissimi, ma la verità nasce nel sudore dei club, dove il contatto con il pubblico è diretto e non filtrato dai social o dai talent. Senza quei luoghi, la musica rischia di diventare solo un prodotto virtuale, perdendo la sua forza d'urto sociale".
In questo scenario dominato dall'algoritmo, che ruolo resta a chi scrive canzoni?
"Non bisogna dare risposte consolatorie, ma porre domande scomode. Il mio compito, ad esempio, non è quello di piacere a tutti, ma quello di andare a scavare dove gli altri non guardano, cercando di riportare un po' di 'fuoco' in un mondo che sta diventando sempre più digitale e freddo. Bisogna tornare a celebrare l'umanità in tutta la sua imperfezione".