•
Un Alieno nel pop. L’archivio sentimentale di una generazione, senza dirlo
Terzo album, zero pose, qualche verità e una cintura marrone di judo. Vite piccole e spaesate diventano canzoni che disarmano con la loro sincerità. Intervista a Matteo Alieno
di
6 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:55 AM

Matteo Alieno nella foto di Benedetta Pionati©
A un certo punto, nel suo ultimo disco, Matteo Alieno chiede ai suoi genitori di non fare l’amore la sera in cui è stato concepito. Richiesta – urgente e inutile come una mozione parlamentare – che fa un po’ ridere e fa un po’ male. E forse è il modo più onesto per spiegare il senso di “stare al mondo”, il terzo album del cantautore romano, uscito da poco per Honiro/Island Records: prende i materiali più imbarazzanti dell’esistenza – essere sempre in ritardo, trovarsi nudi in uno spogliatoio – e li smonta con goffa ironia. Zero confessionalismo da social del dolore performativo. “Trovo sbagliato sfruttare la tristezza per fare mestiere, per emergere. Chi sta male davvero, e ne fa canzoni, vuole solo la felicità che gli manca”, dice. Insomma, l’obiettivo non è ferire, al massimo disarmare. Tipo judoka. “Sono cintura marrone, ho fatto judo dai sette anni fino al liceo”. Da piccolo, racconta, si impuntava e quando gli facevano lo strangolamento non “batteva”, non si arrendeva. Poi ha capito che “bisogna sapere quando mollare. Non significa che perderai per sempre”. Una frase che potrebbe stare in una delle sue canzoni.
Alieno non parla alla sua generazione, non evoca l’algoritmo, non tira in ballo la crisi climatica o la precarietà come set di scena. Eppure “stare al mondo” dice parecchio su cosa significa avere venti-trent’anni in un paese e in un momento in cui – canta lui – “tutto va troppo veloce / c’è un mare di gente che spinge / ma chi vince, che vince?”. “È il disco che avrei voluto ascoltare da bambino, che mi avrebbe aiutato. Ricordo che a cinque anni già pensavo che un giorno sarei morto, e che avevo solamente una vita. Ma come si fa a capire come vivere se lo si può fare una volta sola? Se ci fosse un Dio, chiederei un’altra vita, ma magari non sarei preparato neanche allora”.
Il disco si apre con i rubinetti che non hanno mai sete, le foglie che sanno restare appese, le sedie che sopportano il peso delle cose. E un io narrante che invece non ci riesce. Si chiude, idealmente, con “si può fare”, che è una canzone sullo stare in bilico, “con la faccia da schiaffi / coi calzini diversi / un casino dentro a casa / con gli amici partiti / senza un euro / senza amore”. In mezzo ci sono una canzone su un tonno che sa già che abboccherà, una sull’ansia da classifica e serie A, una sull’amicizia maschile che racconta di piselli nelle mutande e formiche schiacciate in cortile. “Vite piccole, in palazzi giganti”, canta in quest’ultima. È la migliore didascalia possibile per il disco intero. Il debito verso Giovanni Truppi è dichiarato, c’è persino una cover di “Conoscersi in una situazione di difficoltà”. “Abbiamo in comune l’essere sinceri, di una sincerità disarmata. Mi ricorda a cosa serve davvero la musica: è un pretesto per dire qualcosa di vero, non per forza di bello”.
L’unica co-firma esterna nei testi è quella di Fulminacci. “Abbiamo suonato insieme per due giorni fino a notte fonda, raccontandoci come nessuno dei due ci sa stare, in questo mondo. E quindi lo abbiamo scritto”. Racconta di essere stonato nella vita, non accordato allo strumento del mondo. Anche sulla sua partecipazione a X Factor nel 2023 è lapidario: “Mi ha fatto capire che non sono fatto per le corse in autostrada. Il problema è che il mainstream è entrato nella nostra vita in tutto. Pure in un piatto di carbonara”. Alieno ha aperto concerti di Gazzelle e nel frattempo ha scritto anche per altri: ha co-firmato “Il ritmo delle cose” per Rkomi a Sanremo 2025 e “Mattone” per Angelica Bove, vincitrice del Premio della Critica Mia Martini nel 2026. “Sono più libero quando non scrivo per me”, dice. “Mi immagino di entrare nei pensieri e nei sentimenti altrui, come nella sceneggiatura di un film”.
Il nome d’arte viene da una balla che ha raccontato a una festa delle medie per conquistare una ragazzina: di essere stato rapito dagli ufo e di avere i superpoteri. “Mi è rimasto appiccicato addosso”. È la cosa più aliena del disco. Tutto il resto, umanissimo.
Di più su questi argomenti:
Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti