Amore, pianoforti e altre avventure. La versione di Giovanni Truppi

È uno dei 25 big in gara a Sanremo con una canzone scritta insieme a "Pacifico" e Contessa (I cani). Per le cover porta De Andrè, in duo con Capossela. Chiacchiere su matrimoni, Lucio Dalla e falegnameria. Napoli e anche Salvini
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4 FEB 22
Ultimo aggiornamento: 07:37 AM
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Giovanni Truppi (Mattia Zoppellaro)<br />

"Credo", "mi sembra", "forse" sono le parole che colpiscono di più, perché le appoggia con garbo prima di usarne altre ben più massicce: "scelta", "promessa", "futuro". C'è una specie di pudore leggero in Giovanni Truppi. Un sottolineare che le sue opinioni non sono altro che quello, che magari sbaglia. Non cerca interpretazioni definitive né vuole giudicare. Anche perché, ci dice, "faccio molto a botte con le etichette e le categorie". Cantautore indie è quindi una gabbietta in cui lo incaselliamo per nostra comodità e con suo sicuro scorno. Il Monde, più calzante, lo ha definito come uno dei pochi musicisti capaci "di passare dall'infinitamente intimo all'immensamente cosmico".
Alla sua prima partecipazione al Festival di Sanremo, Truppi porterà il brano Tuo padre, mia madre, Lucia. Parlare d'amore sono buoni tutti, farlo mettendoci la vita dentro è cosa di pochi. Lui ci è riuscito spesso, dai più scarni brani d'esordio a Conoscersi In Una Situazione Di Difficoltà, canzone del suo disco più importante, nella quale canta “Se ti do la mia solitudine, tu mi dai la tua solitudine?”. Eppure giura di non aver mai letto Rainer Maria Rilke (“L'amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano”).
Quel brano sembra un po' l'antefatto a questa nuova ruvida e sentita love song che arriverà all'Ariston – scritta con gli storici collaboratori Marco Buccelli e Giovanni Pallotti insieme a due firme d’eccezione della canzone italiana: Gino De Crescenzo “Pacifico” e Niccolò Contessa (I Cani). E racconta che cos'è l'amore quando si diventa grandi. “Mi sembra che una sua caratteristica sia quella di avere una prospettiva. È buffo perché da adulto inevitabilmente la prospettiva ti si accorcia però invece hai una consapevolezza maggiore, una progettualità. Ti rendi conto che le cose e le persone che ami le ami perché ti immagini che faranno parte della tua vita futura”. La frase cardine della canzone è nelle parole finali del ritornello: “Quello che sarò, sarà con te”. “È una dichiarazione d’amore in inverno. Un sentimento di quelli che rimangono in piedi anche alla fine di una bufera di neve. Ha a che fare con le promesse che si scambiano gli sposi: 'nella gioia e nel dolore'”, dice lui, che però sposato non è. Alla domanda se ci ha pensato preferisce non rispondere (più che lecito: “è una risposta da dare in due”, spiega) ma se gli si chiede cos'è un'avventura – il titolo del suo primo libro e del suo ultimo singolo – sostiene che “è prendersi dei rischi, anche minimi, è andare verso qualcosa che non si conosce e il cui motore è la curiosità”. Che poi è una bella definizione di matrimonio, ma non diciamolo troppo forte.
Giovanni Truppi è di Napoli – “mi sento molto grato del fatto di essermi formato come osservatore in quella città: ti offre uno sguardo sul mondo che non è facile trovare in altri luoghi” – e ha iniziato a suonare il pianoforte a 6 anni. “Era l'educazione del giovane borghese, facevo lezioni di piano, d'inglese... Tutte fantastiche opportunità, anche se ho un po' di vergogna a raccontarlo, sembra una cosa da piccolo lord”. E da piccolo ha incontrato per la prima volta Lucio Dalla, al quale anni dopo insieme al sodale Buccelli avrebbe consegnato una demo di alcune canzoni. “Un amico di mio zio era il promoter di una data in provincia di Benevento, da dove vengono i miei, e mi hanno portato nel camerino per conoscerlo. Aveva un camicione grosso con degli astri disegnati, tipo mago Merlino”. Ma non era un segno del destino, dice, “esistono vocazioni molto più lampanti della mia. Devo ringraziare la curiosità, non certo la costanza. Però forse avevo in qualche modo l'esigenza di rimanere vicino a questo sapore, a questo mondo. Ho deciso a vent’anni che volevo farne un mestiere”. Anche se nella prossima vita sceglierebbe di fare uno di quelli dei suoi genitori: il medico o l'architetto. “E mi piace molto anche il falegname”. Tanto che il suo pianoforte a un certo punto lo fa a pezzi e lo ricostruisce. Ne sega le ottave alte e quelle basse – “tanto non le uso” – e lo rende amplificato e smontabile, un Frankenstein che si può portare in giro. “Ci siamo andati fino a Londra, in un Fiat Scudo”. Eccola l'avventura, quanto ci è mancata. “In questo momento abbiamo un ferita aperta, sentiamo questo richiamo in maniera amplificata. Ma mi piacciono anche le avventure interiori. Nei giorni della pandemia è mancato un altrove umano più che geografico”.