Massimo Zamboni - foto di Diego Cuoghi

Si può ancora dire patria? L'Italia fragile di Massimo Zamboni

Enrico Cicchetti

Lo stupore per la "bellezza offesa" di un paese che non ci meritiamo. "Siamo un popolo insopportabilmente antico e insopportabilmente bambino". Chiacchiere dall'Appennino che si spopola, ma da dove si vede bene lo sfacelo

“Non accetteremo compromessi, vogliamo un patriota”, ha detto Giorgia Meloni del prossimo presidente della Repubblica. “Capo di stato #patriota” le fa il verso Enrico Letta su Twitter, postando una foto di Pertini. Strapazzata tra propaganda e identità minime, la parola patria non se la passa granché bene. “Patria non è parola leggera. Contiene in sé anche il mascheramento delle diseguaglianze, l’esercizio della violenza in difesa di interessi personali o di casta. Ma patria è ciò che abbiamo, che siamo, presenza immateriale che giustifica l’essenza profonda dei popoli. Perché allora è così difficile pronunciare questa parola per la lingua italiana?”. La risposta a questa domanda Massimo Zamboni prova a darla con le dieci canzoni del suo nuovo disco, in uscita venerdì 21 gennaio: La mia patria attuale, per Universal Music Italia.

  

Lo raggiungiamo al telefono fisso, ché il cellulare non prende bene nella sua casa-fattoria tra i boschi di Carpineti, sulle colline reggiane. Da lassù si vede meglio l'Italia? “Meglio non so, ma da qui si vede un'Italia fragile, in balia degli eventi, logorata”, ci dice lui, storica chitarra dei CCCP e poi dei CSI. Insomma, "Tira ovunque aria sconsolata", come da titolo di un brano dell'album. Nel suo nuovo lavoro meno corde in nichel e più corde vocali, meno Berlino e più Reggio Emilia. Quasi Gucciniano. “I cantautori li ho ascoltati spesso con noia, spero di non fare lo stesso effetto. E però cercavo la versione italiana del fare musica, che è più canzone e meno chitarrone”. Non ha pensato all'opera? “Magari! Per fortuna ho il senso della misura”, scherza. Cantante, chitarrista, scrittore, contadino. Cosa ci vuole nella sua biografia? Massimo Zamboni, virgola, e poi? “Virgola e basta non mi dispiace”. 

     

    

Il passaggio da musicista a cantautore, lo racconta come un "buttarsi senza rete", un "rendermi conto della mia crescita. È entusiasmante", dice. "Fa parte della complessità. Comporre le chitarre ma affidarle ad altri e trovare un motivo diverso per andare sul palco. Diventare io stesso, con la mia voce, uno strumento”. A proposito di strumenti, quello tutto arrugginito che ha messo in copertina che cos'è? "L'ho trovato per terra in Mongolia, ha l'aspetto feroce di uno strumento di tortura. Invece è un pettine che serve per togliere con delicatezza il pelo dalle capre di cachemire. Mi piace questa contraddizione". Che Zamboni riesce a cogliere e raccontare sempre, che si parli di Mongolia o di Appennino, di Urss o di Cavriago.

      

Con La mia patria attuale parla di un paese stereotipato, schiacciato fra la cronaca nera e la cartolina. Canta di una “bellezza offesa” che quasi non meritiamo, della quale di sicuro non abbiamo meriti, che sono forse di Dio o della Natura, del clima, dei nostri antenati. E, vengono in mente le parole di Elias Canetti sulla “sopravvivenza” in Massa e potere. Di fronte al mucchio di cadaveri, ai morti sul campo di battaglia o alla schiera delle lapidi il sopravvissuto prova quello che Canetti definisce il sentimento del cimitero, una soddisfazione segreta.

 

Ecco che torna quella parola pesante che dà il senso al suo nuovo album. “Patria come la declinano gli inglesi, homeland, contiene la parola casa. Ma la casa non è sovrapponibile alla patria. Casa è dove sono seppelliti i propri morti, e non coincide con i confini nazionali. Per chi ne ha la fortuna è il luogo del ritorno, del riposo finale. Molti non sanno cosa sia. Le nazioni si confondono, il lavoro ti porta qua e là e a volte occorre sapere accettare questa frattura”.
    

   

“Patria è una parola impronunciabile, io per primo fatico a dirla”, aggiunge Zamboni. “È collegata a quella melensaggine risorgimentale dei tempi di scuola, che già allora non scuoteva la mia coscienza. Si confonde con i morti, le bastonate, le bombe sui treni e gli imbrogli. Però esiste. È la lingua, il cibo, la passione più che degna di persone che rispetto per come conducono la propria vita”. Passione fa rima con politica, ma a sinistra – che è cosa di Zamboni – sembra scomparsa. "Impossibile riconoscersi nei personaggi e nei partiti che la popolano. Ma nelle persone ci sono altre verità. Continuo a incontrarne di consapevoli, che coltivano i propri sogni e li portano ancora addosso. Anche se non si possono contare e quindi non possono contare. Anche se partecipazione è diventata una parola occasionale". La passione Zamboni la trova nei gruppi - dice - nelle cooperative e nelle associazioni "che nonostante tutto 'tengono botta', come si dice qui in Emilia”.

  

A proposito, come sta l'Emilia, è ancora “paranoica”? “Sì, ma da quella che cantavamo con i CCCP a quella di oggi sono passati quarant'anni di vita, che non sono pochi”, dice Massimo. “Però le persone, per quanto cambiate antropologicamente, in fondo sono sempre le stesse. C'è questa ossessione per il lavoro, la capacità secolare di mettersi insieme, come dopo il terremoto: non c'è stato tempo per piangersi addosso, ci si è subito rimboccati le maniche”.

    

   

Un episodio che spiega un mondo, una parte per il tutto. Una sineddoche che trova spazio nella canzone dal titolo Il modo emiliano di portare il pianto, che racconta quel ritrovare “la forza di edificare ciò che più non è, chiedendo consolazione e senso all'atto del lavoro”. E allora viene da pensare che forse sono proprio definizioni più piccole e partigiane di patria a poterne dare una lettura diversa, antica e nuova. Del resto una via così l'aveva già esplorata, Zamboni, con i CSI, che in quel 1996 che sembra lontanissimo cantavano della loro “piccola patria dietro la linea gotica” che “sa scegliersi la parte”.
         

L'appartenenza a un luogo. Che per Massimo oggi è l'Appennino, una casa isolata dove allevare pecore e galline e custodire suoni e silenzi. “Queste sono terre che si spopolano più per un'operazione culturale che affettiva: la città è un richiamo delle sirene, con le sue luci in movimento. Ai luoghi dell'Appennino arrivi per via intellettuale, come nel mio caso, o famigliare. Come mai nessuno vuole approfittare di queste case vere, di queste case fatte di sasso? Il famoso marziano che arrivasse qui penserebbe che siamo pazzi a lasciarle andare in malora. Anche riguardo all'Italia ho lo stesso stupore: come è possibile che un paese baciato dalla fortuna sia così incapace di essere rappresentato e di esprimersi? Siamo un popolo insopportabilmente antico e insopportabilmente bambino”.

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  • Enrico Cicchetti
  • Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016