Riccardo Muti al Ravenna Festival (foto LaPresse)

Poche parole, molto festival: a Ravenna Muti fa ripartire la musica

Mario Leone

Appuntamento in Romagna, tra giovani artisti e cultura vera

Ravenna. Domenica sera il Ravenna Festival si è inaugurato con l’Orchestra Giovanile Cherubini schierata sul palco e alcuni minuti di silenzio, lo stesso che ha accompagnato questi mesi senza musica dal vivo. Poi un lungo, liberatorio applauso ha accolto l’ingresso di Riccardo Muti. Il direttore prende subito la parola, la voce tradisce le origini meridionali ma soprattutto una grande emozione. “Non vedevo l’ora di riabbracciare i miei ragazzi; sono stati mesi complessi per tutti, soprattutto per i giovani musicisti che vedono il loro futuro gravemente incerto”.

 

Il Maestro infiamma la ristretta platea della “Rocca Brancaleone” ricordando che Ravenna è città di storia e cultura con i suoi otto monumenti patrimonio dell’Unesco, come testimonia la presenza in platea della direttrice Audrey Azoulay; con lei la presidente del Senato, Elisabetta Casellati, e il ministro della Cultura, Dario Franceschini. “Questo concerto è un miracolo e il Ravenna Festival è il primo a ripartire”. Mentre tutti i teatri chiudevano rifugiandosi sul web, qui hanno saputo reinventarsi dando il via a un festival dal forte valore simbolico. “Attenzione – continua Muti – simbolico non significa evanescente. Stasera questi giovani artisti hanno suonato note reali, grandi partiture, in condizioni estreme: distanziati, da soli ai leggii, con un risultato fantastico. Questa è l’Italia buona”. Non si dicono troppe parole né si lanciano spot disordinatamente: qui, dove riposa il corpo di Dante Alighieri, brillano i mosaici bizantini, si va avanti proponendo un modello dove convergono sensata gestione della cosa pubblica, aiuto dei privati e valorizzazione dei talenti. Nel 1990 il Maestro inaugurò la prima edizione. Oggi la trentunesima, che andrà avanti sino al 30 luglio con quaranta concerti spingendosi sino a Cervia e Lugo. Grandissimi i nomi in cartellone, solo alcuni: Beatrice Rana, Valery Gergiev, il violoncello di Giovanni Sollima. Musica antica, nuovi repertori.

 

Poche settimane fa nessuno avrebbe puntato un centesimo sull’avvio della rassegna. Muti ha combattuto in ogni modo per invertire una china inarrestabile. Costretto anch’egli in casa ha ripetuto quanto fosse necessaria la bellezza. “Ho detto a Franceschini: restauriamo tutti i teatri italiani e diamoli in gestione a giovani musicisti, ballerini, registi. Questa è la ricetta per ripartire”.

 

Sul podio il direttore riversa il suo naturale e profondo senso della musica. La facilità nel donarla agli orchestrali e al pubblico. Preciso, evocativo, sempre in dialogo. Ogni trama della partitura è scandagliata perché nella musica il caso non esiste. Soprattutto per il programma scelto. Rêverie di Skrjabin e poi il “dio”, Mozart, come ama definirlo, con l’Exultate, Jubilate e l’Et incarnatus est dalla Messa in do minore (con la splendida voce di Rosa Feola) e la Sinfonia Jupiter.

 

In mattinata girando per le vie animate da qualche turista tutti sanno che si inaugura la stagione. A un piccolo locale di piadine le proprietarie ci dicono che è una benedizione. “Il lockdown e la conseguente chiusura, l’assoluta mancanza di turisti e il lavoro da casa hanno reso Ravenna deserta. Se non si fosse inaugurato il festival estivo avremmo chiuso”. Le richieste di biglietti per questa prima sono state enormi. Chi non è riuscito ad assicurarselo ha potuto comunque seguire lo spettacolo grazie al live streaming che l’organizzazione ha messo a disposizione per tutti i suoi eventi. Non è però una “rassegna surrogato” ma una manifestazione che rispettando tutte le regole di sicurezza riesce a confermare il suo alto livello culturale. Cos’è la cultura, si chiede ancora Muti. “Mettiamo sullo stesso livello canzonette e opere di Beethoven mischiando l’intrattenimento con l’arte. In Italia si dicono tante parole che si perdono come fuochi d’artificio. Tante regioni non hanno una sola orchestra, ci sono differenze abissali tra nord e sud”. Muti è inarrestabile e pensa anche alle bande musicali, che sono state dimenticate eppure “permettono a molti giovani studenti del conservatorio di pagarsi gli studi”.

Un’attenzione viscerale ai giovani che si rende palese quando a tarda ora, con un concerto appena diretto, ripete a tutti: “Se non si fa qualcosa avremo sulla nostra coscienza ogni ragazzo che appenderà il suo strumento al chiodo: questa è una questione morale prima che artistica”.

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