The sound of silence

Enrico Cicchetti

02/10/2019

Dall'invenzione (dimenticata) di un perito messinese, al “poema del volto” della Giovanna D'Arco di Dreyer musicato dai grandi nomi del rock italiano. “Così diamo voce al cinema muto”, racconta il cantante dei Giardini di Mirò

All'origine di tutto c'è l'invenzione di un perito elettrotecnico siciliano. La storia, a volerla descrivere per assonanze, è un ibrido tra le peripezie di Meucci con il telefono e il film Nuovo Cinema Paradiso. Giovanni Rappazzo, fratello di Luigi, titolare dell'Eden Cinema Concerto di Messina, da piccolo si dilettava nelle cabine di proiezione, un po' come il bambino protagonista della pellicola di Tornatore. Nel 1921 depositò il brevetto per la “pellicola a impressione contemporanea di immagine e suoni”. Ma non riuscì a vendere la sua invenzione, né a trovare finanziatori. Ingenuamente fornì all'americana Fox i suoi progetti e una pellicola sonora. Il brevetto scadde il 30 marzo 1924 e, non avendo i fondi per rinnovarlo, Rappazzo perse l'esclusiva. La casa cinematografica, senza farselo ripetere due volte, brevettò un sistema identico. Così, mentre l'occasione di Rappazzo andava in cenere, nasceva il cinema sonoro. Ma anche prima di allora, il cinema, per quanto “muto”, non era completamente silenzioso: “Non ci sono testimonianze dirette”, spiega Guido Michelone in Musica e media, “ma tutti gli studiosi sono ormai concordi nel ritenere che la prima proiezione pubblica dei film Lumière, corrispondente alla nascita del cinema, sia in qualche modo sonora: è molto probabile che davanti o dietro il telone si nascondesse un pianoforte su cui qualche volenteroso strumentista seguiva alla tastiera i ritmi e i tempi delle immagini in brillante movimento”. Fino agli anni Trenta del secolo scorso, insomma, accompagnare le proiezioni con musica eseguita dal vivo era una consuetudine. Oggi è una sperimentazione che coinvolge artisti disposti a mettersi alla prova. 

  

“La musica tende da sempre ad aggregarsi con tutte le forme artistiche, con il teatro, con il cinema”, dice al Foglio Corrado Nuccini, chitarra e voce dei Giardini di Mirò, che insieme a Xabier Iriondo, il più creativo sperimentatore degli Afterhours, sonorizzerà live un capolavoro del cinema muto: La Passione di Giovanna d’Arco girato nel 1928 dal regista danese Carl Theodor Dreyer

  

Il primo appuntamento è a Roma il 3 ottobre, a Villa Medici. Poi, il 18 ottobre nel Complesso monumentale chiesa di Sant’Oliva di Cori (Lt) per la rassegna Inkiostro; il 26 ottobre a M9 museo del ’900 di Mestre (Ve) per Soundyard e il 22 novembre all'Auditorium Loria di Carpi (Mo) nell'ambito delle Maschere del Suono. “Le sonorizzazioni di film muti hanno iniziato a uscire dalle cineteche per raggiungere teatri, club, locali”, spiega Nuccini. Dagli anni Novanta sono diventate quasi una moda. Anche grazie a esperimenti come Marlene Kuntz vs signorina Else: colonna sonora improvvisata sulle immagini di Paul Czinner, una delle prime incursioni tra pellicole d'epoca e rock prodotte dal museo nazionale del Cinema di Torino. Per approdare poi a eventi strutturatissimi, come il Silent Film di Pordenone, festival che da 38 anni sonorizza i film dal vivo o il LiveSoundTracks festival, appuntamento annuale a Barcellona. 

  

Proprio con Stefano Boni del museo del Cinema, l'anno scorso Nuccini ha curato la sonorizzazione di L’Uomo Meccanico. “Stefano è il mio spirito guida – scherza Corrado – e mi ha insegnato che, per arrivare alla sonorizzazione, un musicista non deve necessariamente innovare: deve usare il suo linguaggio. Nel caso del film di Dreyer ho lavorato molto sulla visione di Giovanna, sul suo viaggio in una sorta di stato di grazia, quasi da dormiveglia”. Il regista ha creato una “sinfonia” di primi e primissimi piani dell'eroina, un film senza tempo e spazio, dove il tema assoluto è il dolore. “È un poema del volto, una pellicola che grida”, dice Nuccini nel descrivere la prova d'attrice di Renée Falconetti, una “Giovanna che non ti dimentichi più”, un'allucinata maschera di dolore i cui occhi riescono a urlare o sorridere nonostante la totale assenza di voce. 

    

     

Come nasce la musica per accompagnare immagini simili? “Il rischio è quello di essere didascalici. Alla mia prima esperienza di sonorizzazione, circa dieci anni fa, non avevo mai visto un film muto. Provai a suonarci su e capire che effetto faceva. Poi, anche grazie agli incontri con registi e musicisti, ho cambiato approccio. Adesso studio, leggo, ascolto le sonorizzazioni precedenti”. Nuccini non è un novellino: dal 2012 cura il corso Soundtracks – Musica da film per il Centro Musica del comune di Modena, ha collaborato alla stesura di numerose colonne sonore di film, (Sangue di Libero di Rienzo, Prendimi e portami via di Tonino Zangardi e Un gioco da ragazze di Matteo Rovere) oltre ad aver sonorizzato diverse pellicole per conto del museo del Cinema di Torino. 

 

In questo nuovo spettacolo, Iriondo suona il mahai metak, “un cordofono a dieci corde” che ha inventato lui, la chitarra elettrica e alcuni effetti di sua progettazione. Nuccini suona i sintetizzatori, la drum machine, le programmazioni elettroniche e la chitarra elettrica. È una revisione musicale della pellicola che va oltre la tradizionale sonorizzazione, di solito contestualizzata in ambito medievale, tra canti gregoriani e musica sacra. Loro invece cercano un linguaggio diverso, più focalizzato sulla psicologia umana. Un tentativo di descrivere il mondo “bordeline” della protagonista, sospesa tra l’abisso e il cielo, tra il rogo e le braccia di Dio. “Il nostro è anche un approccio alla religione: la pellicola attraversa profondamente questo tema. È un modo di raccontare lo spirito inquieto della religione cattolica, i cui più grandi pensatori sono tormentati e divisi tra una fede cieca e la possibilità della scelta. Una scelta anche straziante come quella che la Giovanna di Dreyer si trova a dover compiere più volte in una sola giornata”.

  

“Film come questi – aggiunge Nuccini – offrono possibilità di sperimentare, confrontarsi con capolavori che all'epoca non erano per tutti: erano borghesi, elitari e sperimentali. Ancora oggi riescono a coinvolgere profondamente a livello intellettuale”. Il costo della costruzione di set e scenografie per laPassione di Dreyer fu il più alto dell'epoca in Europa: sette milioni di franchi furono spesi solo per assecondare la volontà del regista di ricostruire fedelmente nella periferia parigina il Castello di Rouen, dipingere le pareti di rosa per ottenere il grigio sulla pellicola. La prospettiva scorretta e la disposizione degli spazi sono ispirate ai codici miniati e ricordano l'espressionismo. Ma poi Dreyer non lo mostra mai per intero, cercando di rendere lo spazio discontinuo e decostruirlo. La chiave per comprendere la sonorizzazione sta forse proprio qui: l’opera di Dreyer nel 1928 era già di suo un esperimento, una novità nei movimenti di macchina, nell'uso dei primi piani, nella durata quasi insopportabile delle inquadrature che nega l'essenza stessa del cinema: il movimento. Darle per la prima volta una voce originale è la scommessa di Nuccini e Iriondo, una sperimentazione alla seconda.