Mahmood all'Eurovision Song Contest 2019 a Tel Aviv (foto LaPresse)

Ma non era il pupillo delle élite? Mahmood secondo in Europa, e col televoto

Simonetta Sciandivasci

L'Eurovision premia “Soldi”, il successo antisovranista di Sanremo

Roma. La sala stampa dell’Eurovision più Euro e meno kitsch di sempre sembrava un bar italiano qualsiasi nelle settimane dopo Sanremo. A Mahmood, arrivato secondo con soli ventisette punti di scarto dal vincitore olandese, Duncan Laurence, è stato chiesto: “Davvero vivi nel ghetto?”, “sappiamo che tuo padre è egiziano, come ti fa sentire esibirti in Israele? Hai ricevuto delle pressioni?”, “fai il Ramadan e, se sì, come?”. Un torrente di didascalismo e, insieme, metaforismo, che neanche nel peggior collettivo di autocoscienza di sovranisti e complottisti uniti dal sogno irredentista.

 

 

Mahmood, che pur essendo molto giovane è parecchio più paziente di un vecchio saggio, ha dovuto ripetere le stesse cose che era stato costretto a ribadire a febbraio scorso, quando si prese dell’immigrato di Gratosoglio, dell’immeritevole, del “meticcio che piace alla casta dei radical chic e non al popolo” – ma poi, tanto non piaceva al popolo che la sua “Soldi” è diventata il singolo italiano più ascoltato di sempre su Spotify. “Sono italiano al 100 per cento”, “ho vissuto con mia madre”, “mi sento un cantante italiano e basta”, “sono cristiano”, “la frase bevi champagne sotto Ramadan vuole semplicemente indicare il comportamento di qualcuno che non fa ciò che dice”, “vivo a Gratosoglio, non in un ghetto”. E chissà quante volte ancora gli capiterà, povero Mahmood, di dover specificare che non è un immigrato, non è un simbolo, non è che un artista, e chissà se il suo successo smetterà di essere indagato come alert o denuncia o correzione, naturalmente per mano radical chic, di Zeitgeist. Lo ricorderete: quando vinse Sanremo, a febbraio scorso, il ministro dell’Interno scrisse “Mah” su Twitter, e però poi lo chiamò per complimentarsi e dirgli di godersi la vittoria, quando seppe che era stato inondato di insulti razzisti. E ricorderete anche che Maria Giovanna Maglie scrisse: “Un vincitore molto annunciato si chiama Maometto, la frasetta in arabo c’è, anche il Ramadan e il narghilè, e il meticciato è assicurato”, e che in moltissimi contestarono la giuria di “esperti in realtà inesperti”, la “casta”, a parer loro colpevole di aver rovesciato, annullandolo, il voto popolare (cioè il televoto, che – ma tu guarda! – è stato decisivo per il risultato dell’Eurovision). Anche allora, Mahmood aveva dovuto spiegare di “sentirsi italiano al 100 per cento” e di esserlo anche, essendo nato in Italia, da mamma italiana e papà egiziano, e cresciuto a Gratosoglio, periferia milanese; di non conoscere l’arabo ma il sardo; di non aver mai avuto problemi d’integrazione; di non essere interessato alle polemiche, ma esclusivamente alla musica.

 

Del resto, la sala stampa dell’Eurovision, al pari di quella sanremese, ha molto ballato, applaudito, cantato “Soldi” e Salvini non ha detto niente, ammorbidito dalla campagna elettorale, o forse intimorito (“Ma vuoi vedere che non si sente più amato?”, ha scritto Lucia Annunziata), e magari persino rispettoso della portata esclusivamente artistica del festival, mica come Madonna, che è stata rimproverata dagli organizzatori per aver portato sul palco due ballerini che si sono abbracciati sventolando le bandiere di Israele e Palestina. E’ rimasto zitto Salvini e hanno taciuto anche i detrattori di Mahmood, che fino a pochi mesi fa vedevano in lui l’ennesima incarnazione della soumission occidentale, perché quel secondo posto, insieme alla vittoria di Sanremo, al primo posto in classifica che il suo disco s’è guadagnato appena è uscito, al record su Spotify, al disco d’oro e a quello di platino, significano una cosa sola: il ragazzo ha successo perché piace. Piace alla gente che piace, a quella che non piace, e a quella a cui, all’inizio, non piaceva lui, irresistibile irrefrenabile bravo ragazzo italiano di Gratosoglio, il solo pupillo delle élite amato pure fuori dalla bolla dell’élite, che solitamente idolatra quelli d’insuccesso, e porta pure un poco iella.

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