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Hanno clonato i Led Zeppelin, basterà per far rinascere il rock?

I Greta Van Fleet, quattro ventenni della provincia americana, sono considerati la next big thing del rock internazionale. Uno status certificato dal numero di sold out già messi a segno per le date del loro prossimo tour mondiale

24 Novembre 2018 alle 11:59

Londra, Detroit, New York, Los Angeles, Seattle: dimenticate queste metropoli, perché la nuova capitale del rock rischia di diventare una sconosciuta cittadina di 5000 anime nel Michigan, Franckenmuth, dove sembra che almeno la metà della popolazione abbia origine tedesche.

  
Da quelle parti, ormai già un lustro fa, i fratelli Joshua, Jacob e Samuel Kiszka, insieme a Kyle Hauck, misero su una band, i Greta Van Fleet, nome derivato dalla storpiatura delle generalità di una loro concittadina. Dopo le classiche prove serrate dei primissimi tempi, il gruppo, che nel 2014 aveva assoldato dietro le pelli Daniel Wagner al posto di Hauck, cominciò ad affacciarsi in rete con una manciata di canzoni: Highway Tune, Cloud train e soprattutto Standing on, che venne utilizzata dalla Chevrolet per pubblicizzare il suo piccolo SUV Equinox nell’area di Detroit e dintorni.

 

 

Se questo prestigioso endorsement regalò ai quattro adolescenti un po’ di notorietà locale, molto di più fece l’inarrestabile tam tam di visualizzazioni e ascolti su internet: di loro, infatti, si accorse una vecchia volpe dell’industria discografica americana, il produttore Al Sutton (collaboratore di lungo corso di Kid Rock), che dopo averli ascoltati li mise sotto la sua ala. Da quel momento in poi, nonostante la loro unica sortita discografica fino al mese scorso sia stata l’EP Black Smoke Rising del 2017, si sono trasformati, a dir poco rapidamente, in quella che oggi viene considerata la next big thing del rock internazionale. Uno status certificato non tanto dall’enorme attesa per il loro album di debutto, Anthem of a peaceful Army, quanto dal numero di sold out già messi a segno per le date del loro prossimo tour mondiale. Tra questi, anche quello del 24 febbraio 2019, quando i Greta Van Fleet si esibiranno per la prima volta in Italia all’Alcatraz di Milano. Lo scorso 19 ottobre, proprio in coincidenza con l’uscita della loro succitata prima fatica discografica, TicketOne ha messo in vendita a partire dalle 10 di mattina i circa 3000 biglietti a disposizione per l’evento. Ebbene, nel breve volgere di poche ore i preziosi tagliandi sono andati letteralmente a ruba, gettando nello scoramento quelle migliaia di fan che, pur collegandosi sul sito della società milanese, si sono ritrovate con un pugno di mosche in mano.

 

  
Se uno non li avesse mai ascoltati, di fronte a certi numeri potrebbe pensare che i ragazzi di Franckenmuth siano, se non gli inventori di un nuovo sottogenere del rock, quantomeno degli originali e abili “miscelatori” di quelli già esistenti. Invece, ed è l’aspetto più sorprendente dell’intero fenomeno, la loro musica ha una inequivocabile, riconoscibilissima matrice sonora: l’hard sanguigno dei Led Zeppelin. Ed è una matrice talmente ostentata, da avergli procurato, oltre a milioni di fan sparsi in tutto il globo, anche un consistente numero di detrattori, per i quali i Greta Van Fleet non sarebbero altro che uno spudorato clone del combo di Jimmy Page e Robert Plant.

  
In effetti il rapporto di filiazione tra canzoni come When the curtain falls (primo singolo estratto da Anthem of a peaceful Army, già accreditato di oltre 6,3 milioni di visualizzazioni) e alcuni classici degli Zep, in questo caso Whole Lotta Love, è manifesto fin dalla prima plettrata sulla chitarra di Jacob Kiszka, andandosi poi a consolidare sempre di più nel corso dei 4 minuti e rotti a seguire. Ma a lasciare ancor più di stucco è la voce di Joshua Kiszka, la cui timbrica e la cui estensione ricordano in maniera talmente impressionante quella del giovane Plant, da far pensare che ci si trovi di fronte ad un inedito del Dirigibile dimenticato una cinquantina di anni fa in uno studio di incisione inglese.E invece no, la devastante ugola che si lascia ammirare in questa e in altre canzoni è proprio quella di questo ventiduenne, a proposito del quale, in una intervista, proprio sua altezza Plant in persona ha detto: "C'è una band di Detroit chiamata Greta Van Fleet, sono i Led Zeppelin...Hanno questo meraviglioso cantante, molto forte...lo odio!". Chiaro che dietro il tono scherzoso di queste parole, il cantante per eccellenza del rock ha voluto esprimere una convinta ammirazione nei confronti del giovane, emergente collega. Come è altrettanto chiaro che la somiglianza tra le loro voci costituisca, allo stesso tempo, la peculiarità maggiormente attrattiva e la zavorra pregiudiziale più difficile da scrollarsi di dosso volendo giudicare con obiettività la musica dei Greta. Pungolati più volte sull'argomento, i quattro ragazzi del Michigan, fino ad oggi, se la sono cavata affermando che le loro canzoni sono il risultato di un'ispirazione che certamente guarda ai grandi del passato (sembra che il loro gruppo preferito siano in realtà gli Aerosmith), ma che vuole guardare avanti per restituire alla loro generazione la magia e le vibrazioni di un'epoca che tonnellate di musica spazzatura ed elettronica hanno provato a sommergere. Ci riusciranno?

 

Guardando al passato più o meno recente, ci sarebbe da essere poco ottimisti: basti pensare alla gogna mediatica alla quale, negli anni Ottanta, vennero sottoposti gli ottimi Kingdome Come o, in tempi recenti e con forse meno vigore, i Rival Sons, che con i Greta Van Fleet condividono l'impronta zeppeliniana dei loro riff e la presenza in formazione di un cantante dotato di una voce fuori dal comune (Jay Buchanan). Se però gli autori di Pressure and Time nel corso degli anni sono riusciti più o meno a gettarsi alle spalle il pesante fardello del paragone intraprendendo un percorso musicale che con Hollow Bones li ha portati ad esplorare territori sonori meno apparentati con il rootsy hard rock, al momento appare difficile immaginare dove la band dei fratelli Kizska vorrà puntare per il futuro.

  

     
Una cosa è certa: nella temperie retrò che spesso spazza la storia del rock, questo è il loro momento. Proprio come accadde agli Strokes agli albori degli anni 2.0 con i loro evidenti richiami ai Velvet Underground, i giovani hanno trovato nella loro musica la scintilla giusta per ridare fuoco e vitalità a una scena che i soliti disfattisti, da troppi anni a questa parte, continuano a dare per morta. Non ci credete? Andate allora a dare un'occhiata ai commenti che una pletora di nuovi discepoli di Elvis posta dopo aver visto i loro video: al di là del normale apprezzamento-amore per le canzoni, sono tantissimi quelli che, sull'onda emotiva indotta da Flower Power o da Anthem, preconizzano l'avvento di una nuova età dell'oro per il rock e per i valori che lo fecero grande tra i Sessanta e i Settanta.

   
Ce la faranno questi quattro "provinciali" a portare a termine una missione che migliaia di band, da almeno 30 anni a questa parte, non sono riusciti forse neanche a sostenere? Come recita l'abusato ipse dixit: ai posteri l'ardua sentenza!

Domenico Paris

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