Virginia Raggi con Nick Mason e Roger Waters (foto LaPresse)

I Pink Floyd funzionano, ma come sta la cultura al tempo di Raggi?

Nicola Imberti

La mostra al Macro e le contraddizioni dell’amministrazione. Parlano Bergamo, Emiliani, Raimo e Tonelli

Roma. A guardare con distacco la scena, Virginia Raggi sorridente tra Roger Waters versione rivoluzionario in servizio permanente e Nick Mason un po’ spaesato, viene quasi da pensare che i Pink Floyd abbiano scelto Roma più per sadismo che per il legame affettivo con la città. Da un lato i “resti mortali” della band (“The Pink Floyd Exhibition – Their mortal remains” è il titolo della mostra-tributo allestita, dal 19 gennaio al 1 luglio, al museo Macro). Dall’altro il sindaco, “resto mortale” di una città fiaccata dal peso di mille problemi.

 

Eppure, tra i mucchi di immondizia, le buche, il degrado e servizi che fanno acqua da tutte le parti, sembra spuntare un seme, magari piccolo, di positività. Perché “The Pink Floyd Exhibition” è nata a Londra. E a Londra, al Victoria and Albert Museum, lo scorso anno è stata visitata da oltre 400 mila persone. Ora arriva nella capitale. Vuoi vedere che Roma non è poi così brutta, sporca e cattiva come in tanti la descrivono?

 

 

“Evidentemente – dice al Foglio Luca Bergamo, vicesindaco e assessore alla Crescita culturale della giunta Raggi – siamo risultati credibili. A dispetto di un fortissimo autolesionismo interno e di difficoltà oggettive che la città ha, chi osserva il fenomeno con occhio meno partigiano ritiene che ci siano, a Roma, le condizioni per muoversi su larga scala”.

 

Magari, invece, siamo solo all’ennesima riedizione del panem et circenses. Si acquista una grande mostra, si attira l’attenzione del pubblico e la si distoglie dai cassonetti strabordanti di immondizia. “Fare grandi eventi non è uno strumento per nascondere la polvere sotto il tappeto – assicura Bergamo – Ma ha senso se produce degli effetti sulla città. Credo che il lavoro che stiamo facendo vada in questa direzione”. Sarà, ma a ottobre al Macro arriverà, come “direttore artistico” Giorgio de Finis. E il progetto dichiarato è quello di reinventare il museo facendo nascere “un grande dispositivo d’incontro con e per la città, aperto e permeabile a chiunque faccia pratica artistica”. “Gratuito”. Insomma non proprio un luogo dove ospitare grandi mostre come quella sui Pink Floyd.

 

Parlando con il Foglio il direttore di Artribune, Massimiliano Tonelli, sottolinea la contraddizione: “Bergamo è diventato assessore su segnalazione di Tomaso Montanari che qualche mese fa ha pubblicato un libro dal titolo Contro le mostre. Come stanno insieme i Pink Floyd con il resto della ‘narrazione’ che la giunta ha fatto in questi mesi? Perché una mostra così ‘commerciale’ nello spazio che l’amministrazione vuole destinare alla ricerca, alla sperimentazione e addirittura alla produzione artistica in loco? E poi, in assenza di soldi, che senso ha spendere milioni per averla a Roma? Il problema è che tutto avviene così, senza una spiegazione”.

 

Tonelli comunque ammette che “sulla cultura qualcosa di buono si riesce anche a fare”. E promuove il modello del Capodanno. “Una scelta complicata da comunicare ma che mostra una sua coerenza e che ha offerto anche contenuti di buon livello”.

 

Insomma, luci e ombre. Come quelle evidenziate da Christian Raimo, insegnante, scrittore, da quasi un anno membro del cda di Biblioteche di Roma. “I progetti del Polo contemporaneo, la mostra dei Pink Floyd, la direzione del Macro a de Finis, il Capodanno – dice al Foglio – mi sembra vadano nella direzione di trasformare Roma in una città più bella e più aperta. Dove la cultura popolare convive con l’immagine di una città europea. Purtroppo Luca Bergamo, che è un buon assessore, essendo anche vicesindaco, non riesce a svolgere appieno il suo ruolo. Ma la difficoltà maggiore è quella di innestare una visione della città. Non è un caso che i migliori sindaci di Roma siano stati i Nathan, gli Argan, i Petroselli. Persone capaci di una visione sia urbanistica sia culturale. Raggi non è tra loro. Ma nemmeno Veltroni lo era”.

 

Raimo cita come esempio “l’estate romana” di Nicolini che, in un periodo in cui “la gente si sparava in piazza”, mostrò una “capacità di immaginazione pedagogica e culturale che la politica dovrebbe sempre avere”. Certo, aggiunge, non è semplice dovendo fare i conti con i “fondi miserrimi a disposizione”.

 

La domanda comunque resta: Roma città culturalmente morta o, nonostante tutto, viva? “Roma è una città con una grande capacità di autoflagellazione – dice al Foglio lo scrittore e giornalista Vittorio Emiliani – ma è anche la città in cui è stato fatto il più grande investimento culturale del Dopoguerra: l’Auditorium Parco della Musica. E poi abbiamo l’Accademia di Santa Cecilia, il Romaeuropa Festival, il Museo di Roma a Palazzo Braschi. Abbiamo tante eccellenze. Certo, le risorse non sono tantissime, mancano grandi sponsor privati e la città è difficile da amministrare. Mi preoccupa che beni e valori che andrebbero preservati siano quotidianamente ‘stuprati’. Penso a quello che succede nel centro storico. Avremmo bisogno di amministratori come Vittoria Calzolari. Serve una visione culturale attenta che impedisca l’involgarimento del decoro urbano. Ma anche che sani la frattura fra centro e periferia. Ponte di Nona non ha bisogno di centri commerciali, ma di musei. Servirebbe la capacità di attrarre e utilizzare forze culturali, vecchie e nuove, e mobilitarle su un progetto, su un’idea di Roma”. Altrimenti, tra un po’, anche gli ultimi “resti mortali” svaniranno.

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