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Perché il rap di Eminem contro Trump è uno sfregio più degli altri

Il rapper bianco viene dalla culla dei “Reagan Democrats”, oggi parla ai suoi fan che sono trumpiani e dice: o me o lui

13 Ottobre 2017 alle 06:00

Perché il rap di Eminem contro Trump è uno sfregio più degli altri

Foto LaPresse

Roma. La prima cosa sconcertante, quanto alle turbolenze seguite alla presentazione tv della clip di Eminem alle prese (finalmente) con una nuova produzione, “The Storm”, un sermone-rap anti-Trump, è che tutto questo rumore saluta la discesa in campo di un rapper bianco, anzi, dell’unico bianco che conti in questa scena artistica. Veterano 45enne dalla vena esaurita e dai mille turbamenti che ne hanno ridotto a zero la presenza e la produzione, Eminem riappare, si direbbe, per fare un discorso chiaro a quelli come lui, anche se poi il suo exploit è stato subito rilanciato a livello nazionale, come caso mediatico del momento, giusto a fianco alle peripezie di Harvey Weinstein. Già: vacche grasse per tv e giornali – in un periodo in cui i grandi eventi raramente escono dal solco di sangue in stile Isis/Vegas – poter sbattere in prima pagina questa triade di campioni: Weinstein lo zozzone, il redivivo Eminem incacchiato e Donald, che è uno show a parte. Non che una pletora di rapper neri non si fosse già scagliata a colpi di rime contro le nefandezze del presidente: ma adesso parla – con stile e intensità, perché i quattro minuti del video senza musica, registrato in parcheggio davanti a una black posse in solenne silenzio, semplicemente spaccano – il rapper bianco che ha sempre incarnato la contraddizione d’essere il più bravo di tutti. E il pubblico di Eminem non è quello di Kendrick Lamar o Kanye West, per quanto esistano comunanze amorose tra i seguaci.

  

 

  

Come il NY Times ha indagato, ma come già traspare ascoltando le storie dette da Eminem negli anni e seguendone le peripezie private, la gente che lo ama ha un’altra estrazione, altri interessi, un’appartenenza differente: per lo più bianchi, delle classi inferiori e delle aree rurali. Qui Eminem dice loro, con un linguaggio da bar-biliardo, di scegliere: “Tiriamo una riga / con me o contro di me. Se non sai decidere e tentenni / se non sai con chi stare / ti aiuto io: vaffanculo”. Secondo lui non c’è da discutere: quel porco di Trump porta la nazione verso l’olocausto nucleare e insulta gli atleti che protestano contro le violenze razziali della polizia. Il paese, soprattutto quelli come lui, ovvero i bianchi che stavolta hanno votato per questo agitatore antipolitico, non possono far finta di niente. Devono dire se per loro va bene che le cose procedano così, che è ciò che volevano il giorno che l’hanno spedito alla Casa Bianca, o se hanno intenzione di dirgli di togliersi di torno, perché c’è stato un equivoco e la delega è sospesa. “Loro” sono 20 milioni di followers su Twitter e una base di fan che non smette di riconoscersi nelle sue canzoni, impareggiabili nel descrivere la porcheria del nascere bianchi dalla parte sbagliata della ferrovia, nei trailer park o nei villaggi diseredati, nelle famiglia squassate dalla mancanza di istruzione e lavoro, piagate dall’alcol e dalla droga, divorate dall’insoddisfazione e dalla rabbia.

 

Eminem è un ex ragazzo della Rust Belt che teneva su i pantaloni dell’industria Usa e che oggi è una lacerazione nel corpo di una nazione che fatica ad ammettere le sconfitte. E’ da posti come i suoi, la Macomb County alle porte di Detroit che, a fine 900, è spuntato un fattore imprevisto dello scenario sociopolitico americano: i Reagan Democrats, working class bianca e sottoproletari troppo incacchiati per condividere obbiettivi e rappresentanza con la classe media e le sue ambizioni. Là si ragiona di stomaco ed è più facile odiare. Anche votando contro i propri interessi, solo per dimostrare di esistere: per Reagan, appunto, o per Bush e poi per quello svitato di Trump, che così farà venire l’orticaria a Hillary. Il gesto di Eminem con “The Storm” evoca quello del redneck che, dopo un fiotto isterico, la mattina dopo prova a ragionare. Ora lo dice a quelli come lui. La notizia è che oggi non ci siano prese di posizione da parte di intellettuali o politici che possano rivaleggiare con l’audience riservata ai versi di un rapper sotto psicofarmaci. Eminem dice all’America disgraziata “guardate che casino abbiamo combinato”, e il resto del paese ascolta. Ascolta perfino un presidente che, fosse per lui, gli avrebbe già risposto per le rime. Il mondo cambia e l’America di più. Il dibattito (e i suoi effetti, perché un’onda così può montare chissà fin dove) si è abbassato di qualità. Ma la sensazione è che, facendosi rap, possa trovare la vie per tornare a essere popolare.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    13 Ottobre 2017 - 14:02

    E se la risposta sarà "Lui"?

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  • perturbabile

    13 Ottobre 2017 - 13:01

    Non male poi se, tale dibattito fattosi popolare, prevedesse altri attori, in botta e risposta (cioè in contraddittorio) col suddetto, come in un'opera lirica, ma in rap ovviamente. Temo però che gli USA attuali, almeno quelli che si fanno e vengo a fatti sentire, si accontentino ampiamente delle romanze.

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  • luigi.desa

    13 Ottobre 2017 - 13:01

    Che palle queste star dello spettacolo super Catoni dei politici !luigi

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