Il concerto senza filtri degli Stones a Lucca

Michele Boroni

Nessuna scenografia mastodontica o giochi di luce abbaglianti. Questa volta nelle mura medievali lucchesi risuonava solo la musica, basilare, essenziale e senza troppi fronzoli 

I-Rolling-Stones-a-Lucca. Ho letto questa frase centinaia di volte nelle ultime settimane e a ogni accenno la mia espressione stava a metà tra la risata e lo stupore. E questa faccia è rimasta più o meno la stessa per tutta la giornata di ieri. Insomma, per un toscano provinciale come me, Mick & soci che suonano sulle mura storiche lucchesi è un po' come vedere Beyonce che va al mercato con la mi' mamma. Invece è stato tutto vero.

  

La situazione aveva tutte le caratteristiche dell'evento (finalmente in questo caso si è potuto usare questo termine, ormai banalizzato dai pr e dalla tv) anche perché il concerto aveva luogo in uno spazio mai utilizzato prima, ovvero nel grande prato (ex Campo Balilla) sotto le mura medievali lucchesi. Una scommessa per i promoter D'Alessandro & Galli, a chiusura del ventennale Lucca Summer Festival, che si può dire vinta su tutti i fronti, come dicono anche i numeri: 55.000 biglietti venduti, circa 6 milioni di incassi, 20 milioni di indotto per il territorio. Ma veniamo al concerto.

   

“No filter” è il nome del tour delle 13 date in Europa, escluso il Regno Unito (e questo spiega i tantissimi inglesi presenti al concerto): più che un nome, una dichiarazione d'intenti. Questa volta niente gorilla nella jungla, riti voodoo e ponti per babilonia, nessuna scenografia mastodontica o giochi di luce abbaglianti, solo la musica, basilare, essenziale e senza troppi fronzoli: il tour segue “Blue and lonesome” il disco del ritorno alle origini del blues, dove gli Stones ripropongono dodici classici della musica del Delta Mississippi.

   

Il suono dall'impianto esce limpido ma, allo stesso tempo, asciutto, ruvido e secco: mancano del tutto gli arrangiamenti flamboyant che hanno caratterizzato i concerti stoniani degli ultimi 30 anni. Gli unici elementi spettacolari sono stati riservati all'inizio con il fumo rosso di “Simpathy for the Devil” che accompagna il “Please allow me to introduce myself” e i fuochi di artificio nella chiusura di “Jumpin' Jack Flash”. Per il resto è stato un set che ha cercato, almeno per una buona metà, l'atmosfera da blues club: “Just your fool” e “Ride ‘em on down” – tratte dall'ultimo disco – mantengono la loro ruvidezza basica, “You can't always get what you want” si trasforma ben presto in una jam, “Paint it black” torna ad essere oscura e sinistra come quando fu scritta. I quattro schermi verticali regalano anche per chi guarda il concerto a centinaia di metri l'emozione di seguire da vicino ciascun componente della band: il batterista Charlie Watts è un distinto signore di 78 anni con la camicia bianca perfettamente stirata e che non sbaglia un beat, il giovincello Ron Wood (70) ride, suona divinamente e si permette anche di correre su e giù per il palco, Keith Richard è il solito motherfucker che limita i suoi twang chitarristici come i soffi di tromba di Miles Davis a fine carriera, perfetti e al momento giusto, in più si propone anche nelle vesti di cantante in due pezzi (“Happy” e “Slipping away” forse il momento più debole dell'intero live) e saluta con un italianissimo “alla faccia di chi ci vuole male” che sembra uscire dai doppiaggi youtube di Fabio Celenza.

     

E poi c'è Jagger che si muove con una naturalezza e un'elasticità fisica da non crederci, intramezza le sue performance vocali con storie da zia snob “Ieri ho mangiato un gelato a Firenze sul Ponte Vecchio con Theresa May. Delizioso” ad espressioni più rock e adatte al luogo (“Ganzissimo”, “Are you fellin' good? Eccheccazzo!!”, del resto ha una figlia che vive gran parte del tempo nell'Alta Maremma). Ma l'omaggio particolare all'Italia si ha con l'esecuzione di “As tears go by”, meravigliosa ballad dedicata all'allora fidanzata Marianne Faithfull, qui cantata in parte nella versione italiana “Con le mie lacrime” e che ribadisce, se ce n'era bisogno, l'inadeguatezza della nostra lingua con le melodie rock. La seconda parte del concerto è tutta dedicata ai greatest hits da ballare e cantare in coro, da “Miss you” a “Brown Sugar”, da “Jumpin Jack Flash” all'immancabile “(I can't get no) Satisfaction”. Anziani, quarantenni e ragazzini tutti insieme come in un rito profano collettivo che si ripete ad ogni concerto degli Stones, dimostrando ancora una volta che, parafrasando una loro famosa canzone, il tempo continua ad essere dalla loro parte.

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