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Bello il capo unico, ma non ci vivrei
Tra moda e lusso, lo registrano anche le ricerche, tutti vogliono "il fatto a mano", ma senza industria non si va da nessuna parte
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8 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 01:56 PM

I motivi di preoccupazione per il comparto moda sono veramente molti e, tra crisi economico-politiche mondiali, può sembrare marginale puntare l'attenzione su quello che è definibile come “l'incubo della standardizzazione”, la mancanza cioè di quel quid che distingua un marchio, una collezione o un solo accessorio da tutti gli altri competitor.
I clienti spesso percepiscono il prodotto moda come ripetitivo, con troppe proposte equivalenti, ma in realtà si investe sempre di più su tecniche di personalizzazione e di artigianalità straordinaria come antidoto alla banalità estetica, pur se si tratta di pratiche estremamente sfidanti dal punto di vista della progettazione e della produzione.
L'artigianalità, il craft core, casomai si sentisse il bisogno dell'ennesima definizione di micro tendenza pronta per gli hashtag, è una parola chiave che ha cominciato a farsi strada tra i brand quando hanno metabolizzato la voglia di fai da te post pandemica (ci ricordiamo tutti il cardigan patchwork di Jonathan Anderson indossato da Harry Styles e le sue innumerevoli repliche “benedette” dal tutorial ufficiale); contemporaneamente il segmento del lusso ha spostato molto in alto l’asticella del virtuosismo, oggi con il massimalismo gentile di Matthieu Blazy per Chanel, tanto sottile visivamente quanto impegnativo tecnicamente. E non alla portata di tutti.
Intanto la richiesta di “fatto a mano” filtra anche attraverso le analisi dei ricercatori e gli appuntamenti di settore, le fiere che da fine gennaio (Pitti Filati) a maggio (a Milano l’ultimo impegno a fine mese con Première Vision Denim) propongono tessuti, filati, pelli e accessori per la primavera-estate 2027 e anteprime per il successivo autunno-inverno.
L'artigianalità entra così a pieno titolo nelle ricerche di mercato e nelle previsioni come espressione di valore aggiunto, suggestione di antico saper fare e nuova esclusività che trova sfogo nella personalizzazione estrema. Il racconto è incentrato sulla connessione con la tradizione, sulla ricercatezza che non disdegna l’imperfezione - simbolo di manualità - e diventa addirittura la nuova forma di ribellione all’ovvio, ma l'impressione generale è che tutto questo sia una via alternativa all'originalità creativa, se non, con obiettivi più modesti, soltanto l’immagine di un posizionamento anti fast fashion.
L’altissima manifattura è un patrimonio di capacità e mestieri da valorizzare e preservare, che con eventi dedicati (le Journées Particulières di LVMH – la sesta edizione a ottobre 2026 - e le collezioni Métiers d’Art di Chanel) e comunicazione votata al processo di realizzazione, esalta l’unicità che ispira e accende i desideri, ma che, nella realtà della confezione industriale, sconta parecchi problemi di fattibilità e di costi.
Se l’unicità è un valore assoluto che rompe i confini dell’alta moda e l'artigianalità il mezzo per ottenerlo, l'industria del tessile-abbigliamento si trova di fronte a una sfida veramente impegnativa per la quale solo in parte viene in soccorso lo sviluppo tecnologico: digitalizzazione e lavorazioni sperimentali offrono strumenti avanzati di design e progettazione, ma appesantiscono l’iter produttivo con un surplus di operazioni. E, di conseguenza, impegnano i team in stress test continui ed equilibrismi nel coordinamento di attività e tempi di consegna.
I “capi ponte” tra manifattura e tecnologia, frutto di vertici modellistici servoassistiti, finissaggi programmati per ricercare l'idea dell'imperfezione “casuale” e dimensione squisitamente artigianale delle rifiniture risultano inevitabilmente carissimi e richiedono tempi lunghi di esecuzione.
Nei trend report il filone risulta comunque molto suggestivo, soprattutto se l'attenzione si sposta sulle piccole produzioni di nicchia, sul ritorno del “su misura” e della dimensione laboratoriale, che attrae, forse perché è la via più praticabile a breve termine, tantissimi giovani.
Ciò che manca però è lo spirito del prêt-à-porter, la diffusione su larga scala del design di qualità, ciò che ha permesso lo sviluppo di un asset industriale strategico.
La filosofia del capo unico è difficile da trasporre in prodotti accessibili a un pubblico ampio e ha visto negli anni vittime eccellenti, da Christian Lacroix (immeritatamente ma non a caso relegato ai libri di storia del costume) a molti casi più recenti, a dimostrazione che i giovanissimi creatori, se si manterranno completamente estranei alle necessità e alle specifiche della (ri)produzione industriale, probabilmente non avranno vita facile.
Il recupero dell'artigianato, come d'altra parte l'esplosione tecnologica, sono due strade tra le quali ci si muove per trovare delle soluzioni, per mostrare quella cura del dettaglio che diventa cultura, ma sono strumenti, non strategie e nemmeno tendenze alle quali affidare il futuro dell’industria del tessile-abbigliamento.