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"Siamo ipervisibili e soli". Colloquio con Shirin Neshat
L’arte e il progetto filmico ispirato alla performer di Qazvin che nel 2018 assaltò il campus di YouTube e che la regista iraniana porta alla Biennale, quasi trent’anni dopo il Leone d’oro. Sullo sfondo, la nostra ossessione per l’immagine, il sogno americano consumato e la nostalgia: “L’esilio è una postura esistenziale”
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7 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:55 AM

Un fermo-immagine di “Do U dare!”, progetto filmico in tre parti di Shirin Neshat
Una come Shirin Neshat non indulge mai alla seduzione dell’attualità, eppure finisce sempre per abitarla con una precisione quasi crudele. Alla prossima Biennale d’Arte di Venezia, il suo lavoro non cerca di imporsi tra i molti (troppi!) in programma, ma di sottrarre, di incidere e di lasciare una traccia che non si consuma in uno sguardo rapido. La nuova trilogia filmica “Do U Dare!” arriva dal 9 maggio al 6 settembre prossimi a Palazzo Marin, in Laguna, come una esclamazione che è in realtà una domanda che non si lascia archiviare, presentata dalla Associazione Genesi, fondata da Letizia Moratti, e da Banca Ifis, con la curatela di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi. A corredo del progetto, un catalogo curato da Alessandro Sarteanesi e pubblicato da Magonza Editore che più che essere pensato come un semplice apparato documentario, è un’estensione critica dell’opera stessa e non è certo una novità per Neshat che non ha mai separato la biografia dalla propria grammatica visiva. Nata a Qazvin, nell’Iran nord-occidentale, cresciuta tra il suo Paese e Stati Uniti, appartiene a quella geografia interiore che non coincide con nessuna mappa.
“L’esilio”, spiega al “Foglio della Moda”, collegata via Zoom dalla sua casa a Brooklyn, “prima di essere una condizione politica, è una postura esistenziale ed è centrale nel mio lavoro. Non è una dichiarazione programmatica, ma un’evidenza inevitabile”. La distanza dalla propria terra - e insieme l’impossibilità di appartenere davvero a quella adottiva - genera in lei una tensione che percorre poi ogni fotogramma. “Do you dare!” nasce infatti dall’incontro, tardivo e perturbante, con la storia di Nasim Najafi Aghdam, una figura liminale, insieme iper-visibile e radicalmente sola, per Neshat una sorta di specchio deformante. “Era una donna molto coraggiosa e vulnerabile, mi sono rivista molto in lei”, tiene a precisare l’artista, che fra i molti premi include un Leone d’Argento per la miglior regia a Venezia 66 con “Women without men” e un Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 1999 e lo scorso anno è stata celebrata a Milano con una grande retrospettiva al Pac: “Body of evidence”. Non si tratta di un’identificazione ingenua, ma di un riconoscimento nelle contraddizioni: entrambe emigrate negli Stati Uniti quando avevano diciassette anni, entrambe sospese tra nostalgia e spaesamento, entrambe segnate da una frattura mai ricomposta tra origine e destino. Aghdam costruisce un universo digitale fatto di video, travestimenti e performance eccentriche, tra milioni di visualizzazioni e nessuna vera appartenenza. Una parabola finita tragicamente nel 2018, quando - dopo la chiusura della sua pagina online - decide di entrare armata nella sede di YouTube in California, di ferire alcune persone e di togliersi la vita. Un episodio che, nella lettura di Neshat, non si esaurisce nella cronaca, ma si inscrive in una riflessione più ampia sulla visibilità contemporanea: “La sua era una vera e propria ossessione, che è poi è anche la nostra, uno dei mali del nostro tempo”.
La trilogia si articola in tre ambienti della metropoli americana - Brooklyn, Wall Street e un sobborgo residenziale - che non sono semplici scenari, ma dei veri e propri dispositivi simbolici. Nel quartiere di immigrati, la protagonista attraversa una comunità sospesa tra marginalità e invisibilità, dove il sogno americano appare come una promessa consumata. Nel distretto finanziario, la folla automatizzata si lascia sedurre da una voce senza corpo, rivelando l’ambiguità della fama che è desiderio di riconoscimento e insieme dissoluzione dell’identità. Infine, nello spazio domestico, dove Aghdam/Neshat si moltiplica in una serie di personaggi, fra caricature e maschere che smontano l’immaginario statunitense dall’interno. Non sorprende che il bianco e nero torni come cifra dominante. “Il colore è seduttivo e può essere in un certo senso pericoloso”, osserva Neshat. “Eliminare il colore significa togliere il superfluo, ma anche sottrarre allo spettatore ogni possibilità di distrazione, riportando l’immagine a una nudità quasi ascetica”. Tuttavia, proprio a Venezia, nelle fotografie che accompagnano il progetto, il colore fa la sua comparsa come una deviazione controllata, una concessione calibrata che non tradisce la sua poetica, ma la mette in tensione, come se la seduzione cromatica venisse ammessa solo per essere immediatamente interrogata. L’ossessione per il corpo femminile - per la sua rappresentazione, manipolazione, esposizione - attraversa tutta la sua ricerca, fin dalla celebre serie “Women of Allah”. Donne velate, armate, attraversate da calligrafie in farsi che si insinuano sulla pelle come una seconda trama, una scrittura che non si limita a dire, ma riveste, decora, protegge ed espone insieme.
Quelle parole - versi poetici, frammenti di devozione e confessioni intime - si dispongono sul volto e sulle mani come se fossero l’abito negato, una forma di eleganza clandestina che prende il posto di ciò che non può essere mostrato. Quella di Neshat diventa così una moda invisibile, scritta anziché indossata, che trasforma la pelle in tessuto e il linguaggio in ornamento. Non è però un ornamento nel senso frivolo, ma un gesto estetico radicale, capace di ridefinire i codici stessi dello stile. Quelle figure sfuggono a ogni lettura univoca e sono sospese tra devozione e desiderio, sottomissione e potere. In “Do you dare!” questo discorso si radicalizza, come da titolo. Il corpo diventa superficie di proiezione mediatica, merce e simulacro, attraversato da uno sguardo collettivo che lo consuma e lo trasforma. È proprio in questa esposizione estrema che si apre uno spazio di consapevolezza ed è così che il gesto performativo non è più solo esibizione, ma anche disvelamento delle regole che governano la visibilità. In filigrana emerge anche una riflessione sullo stile, su una forma di eleganza che in Neshat non coincide mai con l’ornamento superficiale, ma con una disciplina dello sguardo.
La moda, quando affiora, in lei è sempre ambigua: è seduzione e costruzione, è maschera e verità. Il velo stesso diventa così un dispositivo estetico e simbolico, non riducibile a un’unica interpretazione, ma capace di trasformare il limite in forma e la costrizione in linguaggio visivo. “Mi interessa davvero questa forza della donna, che sembra innata”, continua lei. “Una forza che non esclude la fragilità, anzi la incorpora”, aggiunge, e subito dopo suo marito Shoja Azari, artista e sceneggiatore come lei, le porta un ramoscello con dei fiori bianchi appena reciso da un albero del loro giardino. Lei sorride, lo guarda come solo un’innamorata può fare, sorride ancora e ce lo fa vedere bene verso la telecamera forse per nascondere un inaspettato imbarazzo. “Accetto e amo la fragilità”, aggiunge subito dopo, “come amo anche essere molto forte. Il femminile, nel mio lavoro, non è mai idealizzato né vittimizzato, è un campo di tensioni, di contraddizioni, di possibilità”. Il rapporto con gli Stati Uniti emerge come uno dei nodi più complessi della trilogia. Non c’è compiacimento né rifiuto totale, ma una lettura disincantata. L’America appare come un luogo di opportunità e insieme di profonde disuguaglianze, attraversato da una distanza abissale tra retorica e realtà. “Li niente è come sembra”, osserva, riferendosi alle strutture di potere e alle narrazioni ufficiali. “L’immagine di una società fondata sulla libertà si incrina di fronte alla persistenza di ingiustizie sistemiche, razziali ed economiche dovute a chi ci governa”, aggiunge senza mai nominare il presidente Donald Trump.
Parallelamente, l’Iran resta una presenza costante anche quando non è direttamente rappresentato, un’origine geografica, ma soprattutto una matrice emotiva e culturale. La rivoluzione del 1979 - evento che ha trasformato radicalmente quel Paese - segna una frattura irreversibile nella biografia dell’artista. “Tornata in Iran nel 1990 dopo anni di assenza, mi sono dovuta confrontare con un Paese irriconoscibile, ma da quel trauma è nato il mio linguaggio artistico. L’Iran è diventato così una memoria attiva, una ferita che continua a produrre immagini che attraggono e confondono. Lo guardo da lontano, cerco di sentire ogni giorno mia madre e il resto della mia famiglia, i miei nipoti, ma internet in questi giorni non sta funzionando. Prima o poi tornerà il bel Paese che è sempre stato. Le donne iraniane hanno fatto e continuano a fare tantissimo per far sì che questo accada, a costo della loro stessa vita. La mia”, aggiunge, “è in un bilico costante, ma sopravvivo e vivo allo stesso tempo”. Chi è, allora, Shirin Neshat? Le chiediamo. La risposta sfugge a ogni definizione univoca. “Chi sono io? Me lo sono chiesta molte volte, ma non l’ho ancora capito”, risponde accennando a un sorriso. “Il mio non è un vezzo intellettuale, ma la presa d’atto di un’identità in continuo movimento. Sicuramente sono tutte le donne di cui ho deciso di raccontare la storia. In questa molteplicità risiede forse la chiave della mia opera, un io che si dissolve per farsi attraversare da altre vite ed altre voci.
Il legame con figure femminili del passato - da Louise Bourgeois a Frida Kahlo - non è solo genealogico, ma affettivo, perché sono attratta da quelle donne piene di creatività, immaginazione, dalle donne vulnerabili e tragiche, come lo sono io del resto”, dice. “L’attrazione che ho sempre avuto per le esistenze segnate da una fine dolorosa non è morbosa, ma rivela un interesse per quelle traiettorie in cui arte e vita si intrecciano fino a diventare indistinguibili”. In “Do you dare!” questa tensione raggiunge un punto di condensazione raro. Il progetto non si limita a raccontare una storia individuale, ma costruisce una riflessione più ampia sulla condizione contemporanea come la già ricordata ossessione per la visibilità, la fragilità psichica e la solitudine nelle società iperconnesse e pertanto, una come Aghdam, “rappresenta molte di noi e la malattia dei nostri tempi”. Venezia, con la sua stratificazione di immagini e memorie, sembra il luogo ideale per accogliere questo lavoro. Lí, tra acqua e pietra, tra passato e presente, la trilogia trova la dimensione giusta, quasi naturale, di un racconto che non cerca soluzioni, ma apre solo interrogativi. E a tal proposito, alla fine ne resta uno davvero, una domanda sospesa suggerita già dal titolo: “Do you dare!”. Osi davvero? Le chiediamo. “Quel titolo non è un invito provocatorio, ma una sfida più sottile, quasi un sussurro che si fa insistente. Non basta, dunque, guardare, ma occorre esporsi ed accettare che quelle immagini restituiscano uno sguardo”.