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Santificati dai flash. Lunga riflessione con il super-stylist Tom Eerebout
Il curatore della mostra “Exposure”, in corso fino al prossimo gennaio negli spazi della ITS Arcademy di Trieste, indaga il nostro rapporto con le divinità dei red carpet. E le loro insegne più evidenti, gli abiti
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16 APR 26
Ultimo aggiornamento: 09:56 AM

Outfit di Thom Browne, Balenciaga
Per manifestarsi, imporsi, rivelarsi ai mortali, il divino ha sempre adoperato lo strumento dell’apparizione. Dei, santi, mistici sono sempre comparsi agli umani, magari circonfusi da una luminosità irreale, al culmine di un percorso che annovera l’attesa e la sorpresa come elementi essenziali perché quel momento resti assoluto e mistico, sconvolgente eppure commovente, indelebile nello sguardo dei prescelti e nella tradizione (orale, scritta, iconografica) di quel mitico episodio.
Forse quell’incanto, quell’esaltazione e quell’unicità sono giunti fino a noi e si sono trasferiti nel rituale profano e modernissimo, assai poco spirituale e molto corporeo, che si consuma a ogni evento che contempla la presenza di un red carpet: anche qui ansimante attesa, sorpresa, una divinità che si rivela al mondo e un’immagine da venerare in ricordo di quell’apparizione.
“Mi piace questa comparazione con i santi”, dice lo stylist belga Tom Eerebout, è un’analogia molto interessante: in fondo, potremmo dire che le immagini dei red carpet siano una sorta di derivazione delle icone della Madonna o di San Francesco, perché le celebrities sono come delle moderne santità che preghiamo nella speranza di diventare come loro, che è ciò che eravamo soliti fare con le immagini dei santi. Noi stylist siamo come i sacerdoti o i profeti di queste nuove icone, ne traduciamo l’essenza, e oggi l’altare è lo schermo di uno smartphone”. Eerebout sa bene di cosa parla, per due motivi. Il primo è che da quasi vent’anni si muove tra red carpet, set di videoclip musicali, tour internazionali, set di campagne pubblicitarie diventando una star dello styling: su Instagram lo adorano, se vogliamo restare nel solco del gergo religioso, più di 75mila fedeli. Il secondo è quello che lo vede curatore della mostra “Exposure. Quando il mondo ti guarda. Da Harry Styles a Lady Gaga”, aperta fino al 3 gennaio 2027 a Trieste negli spazi di ITS Arcademy Museum of Art in Fashion, la cui sede già vale la visita, essendo ospitata dall’ex Cassa di Risparmio, meraviglia neorinascimentale e neobarocca di fine Ottocento dell’architetto Enrico Nordio.
Un percorso espositivo che descrive, rigorosamente al contrario, quel momento della cultura visuale dei giorni nostri che è, appunto, il red carpet: il fatto che siano nati dei green carpet, dei white carpet, dei rainbow carpet e via di questo cromatico passo non fa altro che confermare la centralità di questo luogo nell’immaginario collettivo. Si parte dal punto più esposto, come promette il titolo dell’evento, per scoprire le fasi creative e organizzative che precedono quei pochi secondi di isteria e sfrontatezza, di calcolata protervia e marketing dell’immagine. Ci sono in gioco le quotazioni di una star, che da quell’uscita può guadagnare nuova visibilità o perdere la sua reputazione, il lavoro di uno staff di professionisti (stylist, appunto, truccatori, parrucchieri, assistenti, addetti alla comunicazione) che può durare mesi (tra ricerche, contatti, bozzetti, fitting), e le aziende che coinvolgono le celebrities – quasi mai a titolo di amicizia – per promuovere moda, gioielli, accessori con la speranza che le foto scattate a Cannes o a Los Angeles viaggino in fretta verso i consumatori, e resistano allo scorrere del tempo restando eterne o, termine ormai noto anche a chi possiede un vocabolario poverissimo, iconiche. “Questa mostra racconta una storia – precisa il curatore - appena si entra, si viene catapultati su un red carpet, con effetti luminosi che rievocano i flash delle macchinette dei fotografi, per far vivere ai visitatori questo tipo di esperienza. Ma questo è solo l’inizio, perché immediatamente si viene trasportati dietro le quinte, nella calma di una camera di hotel: questa mostra intende far fare un cammino al contrario, dal momento finale a quello in cui comincia tutto: è lì che si sprigiona il fascino di una musa, nel momento in cui viene costruita l’immagine che verrà presentata sul tappeto rosso”.
La storia personale di Tom Eerebout è affascinante, e spiega la scelta della sua professione e il suo stile. A partire dall’infanzia trascorsa in un campeggio a Ostenda, ma assai diverso da quello delle Giovani Marmotte. “Era un posto molto speciale, che è stato raccontato anche nel film “Camping Cosmos. La vie sexuelle des Belges”. In una roulotte potevi trovarci una prostituta, in un’altra un tatuatore, e c’era un viavai continuo di persone. Mi ha mostrato come, pur interpretando personaggi diversi, siamo tutti uguali e abbiamo tutti gli stessi bisogni. Era come vivere in un film, anzi, in un musical”. Dopo essersi accostato alla moda e alla fotografia ad Anversa, a due ore di treno da casa, e aver conosciuto futuri protagonisti della moda come Demna Gvasalia e Glenn Martens, è arrivata l’epifania a un concerto di Kylie Minogue in cui i costumi erano tutti abiti couture di Jean Paul Gaultier. “Accadde proprio ad Anversa, nel 2008, credo che fosse il mese di maggio. Stranamente non ho un dvd dello show, dovrei, visto che è stato un momento che ha cambiato la mia vita: sono rimasto incantato da come tutti gli elementi estetici si fondessero l’un l’altro e fossero capaci di raccontare una storia. Dissi all’amico che era con me “Entro i trent’anni voglio vestire Kylie Minogue”. Avevo capito che sarei potuto diventare uno stylist”.
E l’ha vestita ben prima, a ventiquattro anni, per il tour “Kiss me once” che si è tenuto tra il 2014 e il 2015. Ma la collaborazione in cui deve essersi divertito parecchio è certamente quella con Lady Gaga, che ha seguito nelle sue residency a Las Vegas e per la quale è stato fashion director del “Chromatica Ball” nel 2022. C’è il tocco di Eerebout dietro il mini-show che ha inaugurato le Olimpiadi di Parigi del 2024, in cui Gaga omaggiava i numeri très charmant di Zizi Jeanmaire in un tripudio di piume rosa. Lei deve essere gioia pura per uno stylist, certe sue uscite sul red carpet potrebbero essere catalogate come altrettante performance artistiche.
“È una delle prime persone con cui ho lavorato: ho imparato tantissimo da lei, mi ha lasciato un sacco di spazio per crescere, ed è una persona incredibilmente stimolante. Lavorare con lei crea una sinergia fantastica, è un continuo dare e ricevere, ti ispira come solo una grande artista sa fare”.
La mostra triestina comprende anche abiti indossati dalla popstar, e da Beyoncé, da Damiano David, dall’iperbolica Björk, dall’astuta Madonna e altre star, creazioni realizzate dalla maison Schiaparelli, da Gucci o Gaultier o Maison Margiela, ma anche – e qui subentra la parte più fresca e interessante dell’esposizione che spiega perché si tenga proprio in quella sede – da designer come Thomasine Barnekow, Justin Smith, Rebar Aziz: si tratta di giovani stilisti emersi dall’ITS Contest, il concorso che dal 2002 ne ha individuati di notevolissimi. Tutte le immagini sono presenti nel catalogo, i cui testi vedono dialogare il curatore, il filosofo Emanuele Coccia e lo storico della moda Olivier Saillard.
Ma l’oggetto della celebrazione non è la star in quanto tale, ma la relazione che tra questa intercorre con lo stylist: tocca a questa figura professionale conciliare la propria visione e le esigenze della celebrity, tenendo conto delle aspettative dei brand, spesso irrigidite dalle richieste di PR e uffici marketing. È questa la parte più dura per chi fa questo lavoro?
“In realtà, è la logistica. A ben pensarci, avrei dovuto inserire nella mostra una sezione con valigie, scatole da spedizione, perché è quella la parte più complicata di questo lavoro: far quadrare la logistica, le spedizioni. È un lavoro creativo, ma ha a che fare anche con l’organizzazione di un intero ufficio, di un team di assistenti, con la gestione di un budget… Forse si aspettava una risposta più romantica, legata alla collaborazione con i brand e alla creazione di un progetto, ma è questa la parte più dura per chi fa questo lavoro”.
Lei è una star tra gli stylist, nell’epoca in cui gli stylist sono delle star. “Credo che abbia molto a che fare con i social media. Adesso si tende a chiamare uno stylist o una modella guardando quanti follower e quanti like collezionano sui loro profili, ed è un peccato: c’è gente che si espone meno ma è bravissima e meriterebbe più attenzione. Credo che faccia parte del lavoro, ma non dovrebbe essere così, anche se sfortunatamente oggi funziona in questo modo. Io mi sento molto fortunato, perché in questo momento noi stylist abbiamo molto potere anche se questa è una parola che non amo utilizzare di solito. Un tempo, la figura più influente di questo processo era rappresentata dal fotografo. Oggi lo sono gli stylist e credo che dipenda dal fatto che sono le figure più vicine agli artisti, ai brand, ma anche al mondo circostante, alla realtà, agli talenti emergenti”.
Sicuramente la fama, i tappeti rossi e una folla che urla il suo nome, non erano ciò che cercava quando ha intrapreso questa professione. “Alla gente interessa molto la fama, che non sempre è la parte preferita di chi è al centro di questo interesse. Molto spesso ti basta amare il tuo lavoro, essere un cantante o un’attrice, il semplice fatto di poterlo fare è un autentico privilegio. Inoltre, la gente ossessionata con la celebrità ignora che dietro quell’immagine dorata ci sono rinunce, impegno, lavoro, ovvero il prezzo da pagare per arrivare in quel punto preciso. Io, personalmente, non vivrei benissimo quella forma di esposizione. Mi sentirei quasi minacciato, con tutta quella gente di fronte che urla il tuo nome. Le star che vediamo in foto sono bellissime, ma guardandole non sappiamo che mentre vengono ritratte sono circondate da mille impulsi e una folla che ti urla contro, caos, sudore, agitazione. E tutto questo per due secondi di follia, dopo i quali sei nuovamente da solo nella tua camera d’albergo”. Solo, e con i tuoi sogni: Eerebout ne ha uno. Lavorare con il più bravo di tutti, “l’unico designer che, al contempo, è il miglior stilista del mondo: John Galliano. È uno storyteller. Lui sa come ottenere la foto perfetta, come devi camminare e muoverti, non è solo uno stilista. E non credo che esista qualcun altro che possa avvicinarsi a lui in questo senso”.
Ci sono degli artisti, tra quelli che non ha ancora incontrato, con cui le piacerebbe collaborare?
“Adorerei lavorare con Nicole Kidman e Isla Johnston, ma sono ossessionato da Stevie Nicks, Tori Amos e PJ Harvey: le ragazze del rock degli anni Novanta, insomma. E mi piace molto Zoë Bleu Arquette, che ha recitato in “Dracula. L’amore perduto” di Luc Besson. Amo le personalità forti e definite. Loro sono le mie sante, che prego sperando di poterci lavorare un giorno”.