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Dalle mine ai boteh, il tessuto dei re: la Persia tra conflitto e memoria. Trame e legami
Lo avremmo chiamato Paisley, dal nome della cittadina inglese dove si riproduceva a prezzi abbordabili. Le sete grezze, i delicati ricami. Pochi paesi sono più vicini allo stile occidentale nella moda e nel gusto della Persia: uno scambio millenario, che include Napoleone e grandi maison di oggi
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16 APR 26
Ultimo aggiornamento: 12:07 PM

L'atelier di Farah Diba. Teheran, 1967. Fervono i preparativi (notare i vestiti delle sarte, le loro acconciature, l'agio con cui si muovono) per l'incoronazione della shabanou
Mentre l’Iran, secondo quanto hanno riferito funzionari Usa al “New York Times”, non risulta essere in grado di riaprire completamente lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo perché non riesce a individuare e a rimuovere tutte le mine posizionate durante la guerra e anche le rotte considerate sicure, indicate dai Guardiani della Rivoluzione, restano limitate a causa di una posa non particolarmente programmata degli ordigni, che la dice lunga sul valore per la vita umana del regime oggi e in futuro, e sull’altro fronte preoccupa la fragilissima tregua, chi ha a cuore l’immenso patrimonio culturale e artistico della Persia, non può che pregare perché i sti più importanti vengano risparmiati, e questo nonostante, secondo il Ministero iraniano del Patrimonio Culturale, del Turismo e dell’Artigianato almeno cinquantasei musei, monumenti storici e siti culturali sono stati danneggiati dall’inizio dell’attacco statunitense-israeliano, incluso il meraviglioso Palazzo Golestan, un complesso monumentale risalente all’epoca Qajar e inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Per questo, bisogna ricordare la rilevanza fondamentale delle immagini, dei simboli, ma anche dell’artigianato, dei tessuti, dello stile persiano (che ben poco ha a che vedere con l’Islam) nella nostra idea della bellezza e del vestire. Analisi.
Il 26 ottobre 1967, a Teheran, lo Shah Mohammed Reza Pahlavi si incoronava imperatore degli Iraniani e, poco dopo, posava la corona imperiale anche sul capo della moglie, la shabanou Farah Diba.
I preparativi della cerimonia, cui erano state invitate le teste coronate di tutta Europa e i rappresentanti politici del mondo intero, erano cominciati molti mesi prima. Farah Diba in prima persona, a detta delle cronache dell’epoca, sovrintese all’organizzazione della cerimonia e soprattutto alla scelta degli abiti da indossare per l’occasione. Donna moderna di ventinove anni, prima del matrimonio aveva studiato architettura a Parigi, ed evidentemente comprendeva bene il valore mediatico di una cerimonia come quella: sarebbe stata una dimostrazione di sfarzo senza eguali, ma anche un richiamo alle tradizioni e ai motivi decorativi dell’antica Persia.
Per sé, scelse per l’incoronazione una semplice tunica dalle maniche lunghe a imbuto, di pesante raso doppio bianco, sormontata da un mantello senza maniche che costituisce il coup de théâtre dell’insieme: di velluto verde scuro bordato di visone bianco, con uno strascico lungo quattordici metri interamente ricamato con perle e pietre preziose nei colori bianco rosso e verde della bandiera dell’Iran, era stato creato su disegno di Marc Bohan, all’epoca direttore creativo della Maison Dior, e confezionato a Teheran nei sotterranei del Circolo Ufficiali trasformato per l’occasione in atelier sotto la supervisione di Pierre Krattiger, un iraniano di origine svizzera che nella capitale aveva aperto una sartoria licenziataria dei modelli di Christian Dior. Una schiera di sarte e ricamatrici lavorò ininterrottamente per tre mesi, due settimane e quarantasei ore per portare a termine l’opera, che alla fine pesava ben venticinque chili.
Quello che colpisce ancora oggi è il disegno del ricamo: nelle intenzioni della shabanou, doveva essere un evidente richiamo alle tradizioni persiane, probabilmente familiare alla popolazione iraniana che assistette alla cerimonia lungo le strade di Teheran, dove si assieparono più di due milioni di persone, o in televisione; un riferimento che però, almeno stando alle cronache dell’epoca, non venne colto dai cronisti occidentali. Per esempio, Anita Pensotti, presente all’incoronazione come inviata del settimanale “Oggi”, parlò genericamente di “motivi di fiori” che decoravano sia lo strascico sia la straordinaria corona, creata per l’occasione da Van Cleef & Arpels utilizzando pietre preziose e perle provenienti dal tesoro imperiale.
In realtà, il ricamo del manto rappresentava un intricato e armonioso snodarsi di boteh, quelle mandorle allungate dalla punta ricurva che costituiscono il motivo orientale più noto al mondo occidentale, conosciuto anche come cashmere o, in ambito anglosassone, Paisley (dal nome della cittadina inglese che verso la metà dell’Ottocento iniziò a replicarli per le classi borghesi) e sullo stesso tema era impostato il manto indossato dallo Shah, su cui gli articoli di giornale si soffermarono a stento, perché senza dubbio meno spettacolare di quello della consorte; a quanto si può capire invece dalle fotografie dell’epoca, era un meraviglioso tessuto di cashmere “lavorato a motivi iraniani” e poi ricamato d’argento, appartenuto al padre di Reza Pahlavi. Mantelli come quello indossato dallo Shah, dalla tipica forma trapezoidale e decorati a boteh, sono presenti in molte fotografie di cerimonie ufficiali agli inizi del Novecento e quindi familiari alla popolazione iraniana.
Questo, più del manto di Farah Diba, rappresentava davvero l’eredità tessile della Persia, un paese che per la sua posizione geografica fu, almeno fino all’apertura delle rotte marittime che circumnavigavano l‘Africa alla fine del Quattrocento, un crocevia obbligato di carovane commerciali tra Estremo Oriente e Mediterraneo, attraverso cui transitavano per vie di terra e fluviali merci pregiate di ogni genere, dalle spezie, alle pietre preziose, ai tessuti e i tappeti, per raggiungere i porti di imbarco del Mar Caspio, Mar Nero e Mar Mediterraneo.
I territori dell’antica Persia coprivano un’area più estesa dell’attuale, comprendendo zone che ora fanno parte di Iraq, Armenia, Georgia, Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Afghanistan, Pakistan e una porzione della Cina; le popolazioni portatrici di volta in volta di differenti civiltà e religioni che attraversarono, conquistarono o governarono queste terre contribuirono a una stratificazione di motivi e saperi artigianali che costituiscono il fascino della cultura tessile persiana. Anche tralasciando l’argomento tappeti, nel cui settore l’Iran ha espresso capolavori ineguagliati presenti nei più importanti musei del mondo, fin dall’Impero Sasanide (224 - 651 d.C.) la tessitura dei leggendari sciamiti rappresenta uno dei punti di forza della tradizione tessile: sete dalla struttura complessa con un disegno double face bicolore, erano per lo più decorati da medaglioni circolari in cui sono iscritti animali fantastici affrontati, i senmurv, o pavoni, melograni e gli immancabili boteh. Spesso al centro dei medaglioni, a dividere specularmente la composizione, campeggia l’albero della vita, un altro dei motivi ricorrenti nella cultura medio ed estremo orientale carico di significati simbolici, di cui ritroveremo la costante presenza nei secoli successivi; la tecnica dello sciamito e i suoi decori viaggiarono nel tempo e nello spazio, costituendo tra l’altro il punto di forza delle tessiture lucchesi del tardo medioevo.
La cultura tessile iraniana ha il suo fondamento nel fatto che l’area fin dall’epoca Safavide (1501-1722) era un’importantissima produttrice di seta grezza, con circa 20mila balle annue, di cui ne venivano trattenute solo mille per uso interno; il resto era esportato in Occidente attraverso il vicino impero Ottomano, con cui i rapporti erano spesso conflittuali, ottenendo ricavi economici che permettevano il prosperare di un’industria tessile di altissimo livello rivolta sia al mercato interno sia soprattutto all’esportazione.
Shah Abbas il Grande, sovrano illuminato che regnò dal 1587 al 1629, resta una figura fondamentale per lo sviluppo della Persia; formulò una nuova politica economica mettendo al centro il commercio della seta e ponendo sotto il suo diretto controllo la produzione nelle provincie di Gilan e Mazanderan, affacciate sul Mar Caspio, che potevano vendere solo ai magazzini reali di Isfahan anziché direttamente ai mercanti stranieri.
Rinsaldò rapporti diplomatici con la Repubblica di Venezia tramite invio di ambasciatori che portarono ricchissimi doni, volti a mostrare cosa potevano creare gli opifici iraniani nelle lavorazioni seriche: memorabile l’ambasciata del 1603, ricordata in una bella mostra tenutasi a Palazzo Ducale nel 2013 curata da Elisa Gagliardi Mangili, in cui furono esposti spettacolari pezzi identificati grazie ai documenti conservati negli archivi veneziani. Si trattava di “un manto tessuto con oro. Un tapedo di veluto tessuto con oro et argento. Un panno di veluto tessuto con oro, con figure di Christo et di sua Madre Maria”: quest’ultimo, prodotto a Isfahan a opera di maestranze armene, è conservato oggi a Palazzo Mocenigo.
Il “panno di veluto” citato nei documenti è una stoffa tecnicamente molto complessa, scelta per mostrare le capacità dei tessitori persiani ma, a causa del tema religioso che lo confina a un uso ecclesiastico, piuttosto lontano dai gusti europei dell’epoca. È un tessuto molto simile, per esecuzione e decoro, a un altro velluto broccato a grandi disegni di figure umane e fiori con cui fu confezionato un manto, mandato a Mosca con un’ambasceria, a dimostrazione di quanto Shah Abbas non avesse limiti geografici nel voler estendere i suoi commerci. Il manto fu poi donato da Alessandro I Michailovic a Cristina di Svezia (1628-1689), regnante di gusti stravaganti per l’epoca, dato che spesso si vestiva da uomo.
Hanno gli stessi decori gli abiti indossati da Sir Robert Shirley nel celebre ritratto di Van Dyck del 1622; vissuto tra Inghilterra e Iran, di cui fu ambasciatore, assorbì a tal punto la cultura persiana da indossarne le tipiche vesti anche nel quotidiano. Quattrocento anni fa, dunque, il concetto di marketing era ben chiaro al sovrano iraniano: accanto ai “tessuti-immagine” venivano però prodotte anche stoffe meno complesse ma di sicuro mercato. Per esempio, le sete a metraggio decorate da composizioni di fiori disposte in file regolari, in cui fanno capolino cerbiatti e uccellini (a ben vedere, ancora un’interpretazione dell’albero della vita), che compaiono spesso nei pastelli di Etienne Liotard e che, pur nel loro aspetto esotico, potevano avere un successo commerciale più vasto di quello locale. O ancora sete ikat broccate d’oro, dove la geometria sfumata della tessitura di fondo gioca a contrasto con le curve dei motivi floreali luccicanti, o fusciacche di seta operata che alternano righe di piccoli motivi floreali ai boteh: indossate dagli uomini arrotolate più volte attorno alla vita, furono popolarissime anche in Europa dove ebbero grande successo soprattutto nei paesi nordici. E poi scialli dagli alti bordi decorati con boteh, tessuti in loco o importati dalle vicine regioni montuose del Kashmir, un prodotto simile a quello indossato da Reza Pahlavi il giorno dell’incoronazione. Difficile distinguere tra produzione indiana e persiana, proprio per quella circolazione dei motivi e delle maestranze che sono la caratteristica del mondo tessile. Gli scialli, per l’appunto, “scoperti” dall’esercito di Napoleone durante la campagna d’Egitto, furono la merce di maggior successo in Europa, l’oggetto che rese familiare l’elegante disegno curvo del boteh, che dagli scialli migra su qualunque superficie, dalle stoffe a metraggio per abbigliamento e arredo, alle sciarpe e più tardi alle cravatte, facendo la fortuna ancor oggi di tante aziende tessili italiane.
E per finire, ci sono i cotoni stampati, usati sia nell’abbigliamento sia in un curioso modo tutto orientale: i qanat sono grandi e robusti teli rettangolari, decorati quasi sempre con una nicchia a mirhab entro cui campeggia un albero della vita; cuciti uno all’altro, costituivano il perimetro degli accampamenti ove sostavano gli eserciti reali o le carovane: una consuetudine di cui parlano tutte le cronache di viaggio fin dai tempi più remoti, ma che si è mantenuta fino a epoche recenti, tanto da essere immortalata in foto della fine dell’Ottocento. Il fatto che siano prodotti nella vicina India, ma usati comunemente in Iran, conferma la circolarità e la diffusione del disegno tessile in passato, circolarità che possiamo riscontrare ancor oggi, sia nelle stoffe sia nella moda.
* L'autrice è una storica del tessuto e curatrice. È stata docente presso l’Università Statale di Milano e collabora con lo IULM. Ha diretto il Museo della Fondazione Antonio Ratti di Como.