Interviste via Zoom

In cosplay da maschio mi piaccio molto. Chiacchierata con la stilista Frida Giannini

Antonio Mancinelli

Gli uomini, che preferisce siano imperfetti e vulnerabili, e la moda, che le sembra affollata di déjà vu. Nelle sue feste-performance ormai famose, tende a travestirsi da David Bowie. In attesa di dare alle stampe il suo primo libro illustrato. E autobiografico

Un possibile titolo alla chiacchierata con Frida Giannini sarebbe da rubare a un romanzo di Véronique Ovaldé, “Gli uomini in generale mi piacciono molto”, perché riflette la sua generica simpatia per la razza, un po’ tonta ma tenera, dei maschi cis eterosessuali. Non è che le piacciano proprio tutti indistintamente, anzi. “Un uomo per catturarmi deve dimostrare di saper fare con le mani qualcosa di concreto, però essere anche capace di trasformarsi nel duca di Windsor in un quarto d’ora”.

   

Merce rara, cara Frida, soprattutto di questi tempi, e dove lo trova uno così? “Lo so, lo so”, risponde con la sua voce profonda e profondamente capitolina “che mannaggia, ovunque vada, mi fa riconoscere anche se mi vesto come una scappata di casa: basta che apra bocca e mi riconoscono”. E sogghigna in una risata cavernosamente sexy. È alle prese con le bozze di un libro di cui si rifiuta ostinatamente di svelare il titolo, ma veniamo a sapere che: a) lo edita Rizzoli New York; b) unisce le sue grandi passioni, moda e musica; c) sarà illustrato dai suoi disegni, che sono oggettivamente bellissimi; d) ha a che fare con un anno specifico. A proposito di date: nel 2022 ha compiuto cinquant’anni di cui tredici spesi da Gucci dapprima come responsabile del design degli accessori (leggenda vuole che le borse di Fendi che Frida disegnava fossero le preferite dalle dipendenti di Gucci, con grande disappunto di Tom Ford che, per ovviare al problema, decise di chiamare proprio lei per disegnare la pelletteria) e dal 2006 direttrice artistica di tutte le linee “compresa quella di cosmesi e makeup maschile che avevo voluto e che non so più dove sia finita”. Un record di cui va orgogliosa, anche se il patto che stipuliamo è di non parlare delle attuali traversie del marchio né tantomeno di quelle del suo successore, Alessandro Michele, fresco di tormentoso divorzio dalla maison.

 

Del resto di separazioni, anche lei, ne ha già da qualche tempo vissuto un’altra, più privata ma non meno complicata: quella da Patrizio Di Marco, già ceo di Gucci, con cui aveva condiviso una parte di carriera e soprattutto, l’abbandono congiunto del lavoro. “Da allora ho disegnato per molti marchi, ma sempre chiedendo di non apparire. Ho espanso i miei interessi nella difesa dei diritti umani e civili: diciamo che ho vissuto in una sorta di tregua, di pausa dai riflettori”. Lo ha fatto, dice, per poter lavorare in pace. Sottolinea di aver fatto anche “colloqui importanti” per marchi altrettanto importanti in attesa di trovare il posto giusto per ripartire anche se, osserva, “non so se rifarei (la vita) di allora. Non riesco andare più neanche a una sfilata: ogni volta che ci ho provato, mi veniva una voglia irrefrenabile di salire in passerella e di rimettere a posto tutto. Troppa fatica, troppo antipatico”. Frida è così, ribelle malgrado lei: sua madre, professoressa d’arte, è stata un’accesa femminista e adorava Frida Kahlo al punto di darle il suo nome. Suo padre, architetto, la portava alle manifestazioni di protesta insegnandole quanto valga lottare per gli altri: “Siamo cresciuti con il busto di Lenin come centrotavola”.

 

Bionda, snella come tutte le romane ben nate, quando non ha troppi pensieri - ha superato un carcinoma alla gola e ora, finalmente, sua figlia Greta, nove anni, ha vinto felicemente una malattia neurologica difficilissima da diagnosticare e curare - nella sua bella casa a Monteverde, pensoso quartiere dov’è nata, cresciuta e poi tornata da adulta, ogni tanto chiama i suoi amici per coltivare le sue passioni: la moda e la musica.

 

Vedere signori in età infagottati dentro certe tutone o piumini extraoversize, è un’esperienza straziante

 

Con autorevole fregolismo, mentre mette su un LP raro scelto tra le centinaia della sua maxicollezione (“sono nata rockettara e cresciuta con il grunge”), scende in cantina e ne risale giusto in tempo per incarnare i suoi idoli preferiti: li ama fino a voler letteralmente mettersi nei loro panni, parrucca compresa. “Peccato che sia stonata come una campana. Mi riesce particolarmente bene David Bowie ma anche Robert Plant o Kurt Cobain, devo ammettere. L’ultima volta che ho fatto una performance, come le chiamo io, mi sono rotta due vertebre. A me gli uomini piacciono come loro: imperfetti, vulnerabili, geniali. Personaggi così hanno inventato dei codici di stile che sono rimasti impressi nella memoria collettiva. Si truccavano da soli, si mettevano le cose come volevano: dopo di loro, la moda maschile si è affollata di déjà-vu, non so se mi spiego. Alternavano, proprio come me, diversi look: un giorno il chiodo di pelle, quello dopo il blazer, in un’oscillazione tra gusto classico e quello irriverente, ma con un dettaglio chic, anche ironico: non mi piacciono le divise, le uniformi, l’omologazione”.

 

   

Per quello che riguarda le modalità dell’abbigliamento dei maschi di oggi, si capisce che si frena moltissimo quando invece l’istinto l’inviterebbe all’insulto, ma tant’è. A farli scendere giù, lungo il gradino involutivo dello streetstyle, sia pure griffato (“non so, ma in questi ultimi anni, vedere signori anche in età infagottati dentro certe tutone o piumini extraoversize, è un’esperienza straziante: sembrano tutti dei deficienti, lo scriva pure”), la colpa è quella di una diffusa ignoranza, intesa proprio nel senso etimologico di non sapere, non conoscere, non apprendere.

 

“Quando ho iniziato a disegnare collezioni maschili ho detto prima di tutto ai miei collaboratori di portarmi uno dei loro pezzi preferiti e poi ho fatto venire in ufficio stile alcuni sarti classici, quelli di una volta, alla Caraceni per intendersi. Se uno non sa che una giacca formale, che deve essere intelata non può e non deve essere realizzata in un tessuto corposo e viceversa, allora ti mancano proprio le basi. Ho passato mesi a capire la costruzione di una spalla insellata, a conoscere come si rifiniscono i profili e gli orli, perché se è una cosa è fatta bene dev’essere bella sia all’interno sia all’esterno. Poi si è liberi di infrangere certe regole, ma solo dopo che le hai assimilate bene, altrimenti il risultato sarà misero, e diciamocelo una volta per tutte, brutto”.

 

In effetti, si fa notare alla designer che è considerata una sorta di Giovanna D’Arco con la missione di sconfiggere proprio l’estetica del brutto… “E sarebbe anche il caso di smetterla: l’estetica del brutto non è un’espressione che ho coniato io, ma il filosofo tedesco Karl Rosenkranz che identificava il bello con la forma pura, l’armonia, il bene…; il brutto, invece, incarna il diametralmente opposto: l’impurità, l’imperfezione, la disarmonia.  Ma questo non significa che io sia una passatista, come invece pensano in molti. Anzi, vedo che gli uomini cercano di sperimentare, di trovare capi nuovi e sono desiderosi di dettagli inaspettati, modelli sorprendenti: ma sono consigliati male e vengono loro proposte figure di riferimento che non c’entrano nulla: e mi riferisco soprattutto a certi esponenti che fanno parte di circoli modaioli legati anche a un determinato orientamento sessuale. Naturalmente difendo i gay e sono stata tra le prime a tutelare la comunità LGBT, ma in questo caso vengono utilizzati per propagandare e pubblicizzare capi e accessori che non stanno bene a tutti. Punto”.

 

Però poi Fedez, marito e padre devoto che non si può assimilare alla comunità gay, ha lanciato una linea di vernici per unghie… “Diciamo che lo apprezzo di più come artista che come smaltista, se posso coniare un neologismo”. Per Frida viviamo in un momento storico di massima confusione anche rispetto al tema della piacevolezza fisica. “Le faccio un esempio: quando ho visto che Hedi Slimane, un tempo amatissimo per aver scelto come modelli solo ragazzi di strada per i défilé Saint Laurent, ora chiama in passerella Kaia Gerber (figlia di Cindy Crawford e top model celeberrima, ndr) mi sono detta: qui qualcosa non mi torna”.

 

È stupido cercare di fidelizzare il cliente fin da giovane. Perché i giovani sono mutevoli

 

Ma allora, che cosa è successo a questi poveri maschietti? Che cosa gli hanno combinato? “Il sistema della moda si è incaponito a fidelizzare un cliente fin da giovane. È una stupidaggine, perché i gusti dei ragazzi sono incostanti, volatili, mutevoli. Così i veri clienti fissi, quelli dai trent’anni in su, si ritrovano a non riconoscersi più in un brand e vanno altrove. E questo vale sia per i consumatori, sia per le consumatrici». Attenzione: non è tutta colpa dei designer, ma di alcuni designer: “Virgil Abloh è stato un genio vero, pur lavorando su temi molto distanti da me: l’ho osservato con grande interesse nella sua carriera che disgraziatamente è stata troppo breve. Kanye West è sì un genio della musica, ma come stilista è una zappa (per non dire del resto). Eppure, ha avuto un grande successo grazie ai milioni di follower che può esibire. Un fenomeno che considero aberrante, una modalità che mi sono sempre rifiutata di accettare: perché dovrei regalare abiti a un influencer che nulla sa di buon gusto, solo nella speranza che venga imitato dai follower? Stiamo scherzando? Fortunatamente sono andata via prima che spadroneggiassero sui social: sicurante faranno vendere qualcosa di più nell’immediato, ma sulla distanza perdono fascino, carisma e quindi anche il fatturato cala. Un tempo fuori delle sfilate i paparazzi erano lì per le celebrity, adesso fotografano gente che si concia da Carnevale solo per farsi vedere. Il problema è che alcuni di loro hanno influenzato anche molti designer di case famose: la riprova è che negli ultimi tempi ci sono state collaborazioni imbarazzanti, un’altra pessima abitudine che sta stancando le persone che ancora sono a conoscenza dell’effettiva cultura di moda. Ed è così che si arriva a follie che mi causano conati di vomito, come quando si è deciso che le sneakers più cool fossero quelle della Lidl: ma si rende conto?”. E ride, ma meno di gusto. “Ora la qualità sembra secondaria, mentre invece continua ad avere dei grandi sostenitori”. Parlando di qualità, quanto può essere preservata quando un designer deve arrivare a firmare sei od otto collezioni l’anno? “Non può essere preservata: la velocità danneggia l’approvvigionamento dei tessuti, rovina il più banale progetto di ricerca e si va incontro a una sovrapproduzione che non è etica né sostenibile”. Ma c’è un uomo che potrebbe essere un influencer vero, uno da seguire con attenzione? “Oh, sì: l’unica collaborazione che ho fatto durante il mio percorso in Gucci è stata con un uomo che interpreta perfettamente il mio modo di vivere la moda: Lapo Elkann. Originale, azzardato, divertito. Ma non sbaglia un colpo”. Torna a disegnare gli ultimi svolazzi per il suo libro. Di cui si ostina a non dirci il titolo.