Trash-chic

Fabiana Giacomotti

07/05/2019

Il Met Gala è ormai l’evento di culto della moda e dell’entertainment mondiale (bye bye Oscar)

“Sono una tale star che il pubblico mi osannerebbe anche con una gamba di legno”. “Un roi de théâtre, comme moi, se feroit huer avec une jambe de bois”. L’aforisma (forse apocrifo) di una biografia ottocentesca di Molière, faceva da linea guida all’invito al Met Gala di quest’anno e nulla, dopotutto, avrebbe potuto essere più appropriato, visto che la sua compagnia era protetta e sovvenzionata dal fratello minore del re Sole, Philippe d’Orléans (La troupe de Monsieur, si chiamava), e che il suddetto Monsieur, ritratto da Mignard con il costume dell’Ordine dello Spirito Santo e che però molto lascia intuire della sua passione per il travestimento (Harry Styles ne ha copiato il grande fiocco rosso al collo), apre la mostra di quest’anno, dedicata – come ormai si dibatte da mesi con gioia e godimento – al Camp.

  

Su una gamba sola erano, come si conviene, i flamingo rosa, nuovo gadget di riferimento delle ragazzine mondiali, raggruppati in installazione sulla scalinata di ingresso: schierati, tutti i fotografi di gossip mondiali e tutte le reti televisive escluse, forse, quelle che hanno la natura come propria mission aziendale, e che comunque avrebbero fatto bene ad esserci: fauna meravigliosa, per dirla in gergo. E! ne ha fatto una diretta di quattro ore, più o meno, forse di più, di quanto riservi alla notte degli Oscar, surclassati dalla serata che, ogni anno, incorona il direttore di Vogue America Anna Wintour come la donna più potente dei media fashion&entertainment mondiali, e il Costume Institute del Metropolitan, a lei intitolato, come il dipartimento di studi sulla moda più ricco del mondo.

   

Per ogni maison di moda, prenotare un tavolo, occuparlo con le star del momento, ognuna da vestire, far viaggiare, accogliere, accompagnare: minimo, trecentomila euro, in media quasi il doppio. Quest’anno molti degli ospiti sono arrivati in minivan, l’equivalente della carrozze dei tempi di Monsieur per partecipare alle feste di Versailles, perché, proprio come per le parrucche Ancien Régime, anche le acconciature e gli abiti della corte en vogue di oggi necessita di spazio.

 

Ferragamo ha debuttato al Met Gala quest’anno, complice il nuovo direttore creativo Paul Andrew: nessun attore italiano invitato e grandioso ritorno social, al punto che alcune maison, compresa Prada, hanno iniziato a pianificare le proprie sfilate cruise a New York nella settimana del Met Gala. Ci si garantisce una copertura epica, difficile da ottenere con le proprie sole forze. Nel momento in cui chiudiamo questo articolo, l’hashtag #metgala quota centodiecimila post, e siamo ancora a poche ore dal termine della serata. Superano il milione i commenti sugli outfit fra i quali, peraltro, è davvero difficile riconoscere la mano degli stilisti perché ognuno rappresenta un pezzo unico e, spesso, una “extravaganza” assoluta. Chi avrebbe detto, per esempio, che le due sorelle Kylie e Kendall Jenner fossero uscite entrambe dalle mani di Donatella Versace, con quei due vestiti da sirena e da fatina dei sogni infantili? E come riconoscere nello stesso Thom Browne che organizza sfilate come fossero parate militari l’incredibile abito rosso cardinalizio, ampio dieci metri, di Cardi B?

 

Unica regola, nessuna regola, oltre a un inatteso ma giusto rigore nell’allestimento della mostra, che il Met si aspetta supererà quota due milioni di visitatori, mezzo milione in più rispetto ai “Heavenly bodies”, i corpi celesti dello scorso anno e sui quali, nella serata di apertura, si spaccò in due il Vaticano, promotore non troppo occulto dell’operazione. Non piacque Rihanna scosciatissima e scollatissima con mitra in testa, non piacque in genere l’uso e molto abuso delle croci cattoliche, alla faccia di chi oggi parla di cultural and religious appropriation guardando però sempre da una parte sola. Incredibilmente, dato il tema, la serata di ieri sembrava più sobria di quella, davvero volgarissima, dello scorso anno, o forse eravamo più preparati.

 

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Top 5. What a queen. WHAT A LOOK. She knows what is MET GALA. #Rihanna

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In quella nuova declinazione del très-chic che è il trash-chic, si è assistito a un profluvio di rosa, com’era inevitabile (splendida Naomi Campbell in calza di pizzo rosa e abito di chiffon e piume di Valentino, tremenda l’attrice di Bollywood Deepika Padukone in volute, scollo a cuore e tutta la solita panoplia di Barbie firmata Zac Posen). Credevamo che Lady Gaga, host dell’evento, avesse lasciato la seconda parte del proprio alias al passato, tenendo solo la prima, e invece no: lungo il red carpet, centocinquanta metri, si è spogliata via via del mantello rosa cupo restano in abito da sera nero e quindi in bustino, fino a sdraiarsi ai piedi della scalinata per il gaudio dei flash).

 

Janelle Monae, in costume surreal-Mondrian di Christian Siriano con occhione in grado di aprirsi e chiudersi sul seno sinistro a ogni movimento di braccia, è riuscita nel miracolo di non cadere nel ridicolo, come invece è accaduto a Katy Perry, travestita da candelabro prima e poi da hambuger, come a Halloween. Jared Leto, sodale di Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci che ha sostenuto la mostra, è arrivato in palandrana rossa modello Josephin Péladan con il doppio della testa sotto il braccio, made in Makinarium, Roma, sogno non troppo proibito di tutta questa meravigliosa folla ego-riferita; Billy Porter si è fatta porter, letteralmente, come Cleopatra nella versione anni trenta di Claudette Colbert: ali dorate, sei boys a petto nudo con pantaloni dorati come gli Imagination di un tempo.

 

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Not content with lighting up the red carpet in a chandelier dress, @KatyPerry pulled off the ultimate outfit change, arriving at the MET Gala afterparty with @BellaHadid in a second @Moschino look, complete with crystal sesame seeds #METGala

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“Illusion”, un po’ di “oltraggio” nel senso di “outrageous”, cioè di divertito scandalo, e molto divertimento, una dimensione che era un po’ sfuggita a Susan Sontag quando, nel 1960, dedicò al camp le famose “Note” a cui si è ispirato il curatore Andrew Bolton. In Italia, dove il fenomeno sul “principio di contraddizione” estetico è stato analizzato da Marco Belpoliti a fondo una decina di anni fa, abbiamo i nostri riferimenti camp assoluti: Raffaella Carrà, per esempio, ma anche Amanda Lear, la moda di Moschino, la Girella Motta. Uno degli esegeti e al tempo stesso dei rappresentanti del genere, Alberto Arbasino, ne ha scritto note-sulle-note di straordinaria ironia un lustro fa, in occasione dell’uscita del saggio “kitsch” di Andrea Mecacci, indicando come sia sbagliatissimo considerare il gusto dell’eccesso, dell’alterità autogena (tutti abbiamo un lato camp), come una moda transitoria. Al contrario, essa è “vispissima e duratura, nel concetto e nel termine». D’altronde: «Quante seriosità sulle stronzate, nel frattempo. Ben cinquantotto Note sul Camp di Susan Sontag, ad esempio». Ecco, quanto ci vuole per ricondurre la bella mostra del Met a quello che è: un incredibile divertissement. Come amava Monsieur.