Il fuoco di Gucci brucia Arles

Attorno alla facciata della chiesa proto-romanica di Saint Honorat e sulla Promenade des Alyscamps la passerella della collezione Gucci Cruise 2019. La grandiosità dello spettacolo è ormai parte integrante della narrazione della moda

31 Maggio 2018 alle 21:32

Il fuoco di Gucci brucia Arles

Un'immagine della sfilata di Gucci ad Arles

Si alzano le fiamme, vere, a segnare la passerella della collezione Gucci Cruise 2019 attorno alla facciata della chiesa proto-romanica di Saint Honorat e sulla Promenade des Alyscamps di Arles, necropoli romana cantata da Dante, luogo caro al primo romanticismo di Wordsworth e di Scott, avido di brume e di mistero, e ora al direttore creativo Alessandro Michele che porta la sua esplorazione dell’alterità fino all’ ultima essenza: la morte e le sue infinite seduzioni estetiche, topos fondante del cattolicesimo.

 

  

Se la vita oltre la morte è una promessa di felicità eterna, l’atto stesso non può che darsi come seduttivo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, che lungo questo percorso incantato si incarnano in quelli, immoti, di decine di vedovelle di ogni tempo e ogni luogo, riccamente vestite, un giglio d’argento fra le braccia. La collezione è straordinaria nella rappresentazione (“dopo questa performance potrei anche licenziarmi”, scherza il ceo di Gucci Marco Bizzarri, corteggiatissimo dall’anziano Christian Lacroix, nativo di Arles e ormai arredatore e curatore a tempo pieno, che si domanda se la sua sorte non sarebbe stata diversa se fosse stata gestita da un manager come lui) ma strepitosa a volerla guardare da vicino, nella ricerca che sottende ai motivi ricamati sui velluti, nelle acconciature ispirate alla decadenza romana che si trovano scolpite negli architravi dell’antichità e nei ritratti del Fayyun, perfino nelle piangenti di ispirazione cinematografica Anni Settanta, vedove da serial su Bel Air, in pelliccia sintetica stampata e t-shirt dedicate allo Chateau Marmont, bizzarria neo-gotica ispirata al castello di Amboise dove, da leggenda, Francesco I di Valois tenne fra le braccia Leonardo da Vinci morente.

 

Fra di loro, ragazzini mai cresciuti in maglie e bomber ispirati alle squadre di baseball americane, per gentile concessione della Major League Baseball Properties e, lungo la stessa linea di pensiero e di accordo commerciale, il primo logo Gucci che riprende il font di Sega, in omaggio al primo brand globale di videogiochi, ormai oggetto di culto per gli appassionati del vintage. Un po’ stupita, molto eccitata, in prima fila a questa sfilata dove tutto può essere letto anche superficialmente, en surplace e senza sentirsi troppo ignoranti, che è la vera ragione del suo successo, siede la Reine d’Arles Nais Lesbros, ragazzona sana digiuna di moda e dei motivi per i quali il centro storico della sua magnifica città abbia l’aria così desolata (“oui, forse sono case di vacanza comme vous dites, madame”) che ha incontrato Michele l’anno scorso. Siede di fronte a un gruppetto di cinesi che la fotografano in alternanza costante con i capi in uscita, e poche ore prima ha consegnato ai vertici di Gucci le chiavi della città accanto al sindaco, Hervé Schiavetti, ex militante di sinistra, sociologo di formazione, elettrizzato dalla pioggia di euro che la famiglia Pinault ha concesso in cambio dell’occupazione di un luogo protetto dall’Unesco, che verranno destinati a opere di restauro della città e di cui vi è in tutta evidenza molto bisogno.

 

  

La souplesse, la scioltezza con cui i politici francesi accolgono la moda e il suo corteo di affluenti, star, cantanti (ieri sera sir Elton John ha dedicato un piccolo e intensissimo concerto al “mio amico Ale”, fra quarantenni che cantavano a squarciagola e ventenni che, non sapendo che cosa fare, mettevano in collegamento Skype mamma al di là dell’oceano), è una delle ragioni per la quale l’intera tornata di sfilate di questa fine primavera, le collezione Cruise o crociera per l’appunto, si è tenuta in Francia, dove Gucci tornerà a sfilare anche in autunno, abbandonando per un’intera stagione Milano con gran timore del sistema. Un Grande Slam partito da Chantilly (Dior), transitato per Cannes (Fondation Maeght, Vuitton, collezione molto interessante di Nicolas Ghesquière) e concluso ad Arles. Complice il ruolo preponderante dei social media, la rappresentazione della moda, la grandiosità dello spettacolo, è diventata infatti parte integrante della sua narrazione, insieme con la sfida fra le multinazionali del lusso di cui è parte integrante. Nessuna campagna pubblicitaria potrà infatti mai superare l’impatto di quattrocento, seicento o mille invitati che attivano la funzione video del cellulare per trasmettere una sfilata e cantare “Song for Guy” con il suo autore mentre qualche milione di follower segue in diretta.   

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