Come salvare i puzzoni

Fabiana Giacomotti

Trattato sugli odori. Dal codice Serracchiani al cinema e a Pitti Uomo, tanta voglia di lavanda

Acqua, saponi e deodoranti”. Vade retro corpi mal lavati e puzze non identificate. Il consenso è profumato di lavanda mentre l’urna vuota ha la fiatella, la giacca stazzonata e il tallone marmorizzato della pedicure mai fatta. A combattere contro le derive dell’olfatto, senso sfacciato e autentico, e la retorica sempre nuova del “puzzone” da “aridarce” non c’è solo Debora Serracchiani con il suo decalogo del saper vivere minimo consegnato ai sindaci del Friuli che, se l’avrà fatto scrivere, sarà per una ragione precisa e, temiamo, ampiamente verificata (in politica, il consiglio ai compagni di partito di lavarsi ha radici nella Roma imperiale, e veniva graffitato sui muri in anagrafica completa, certo non consegnato a mano in elegante volumetto), ma anche l’aperta ostilità nei confronti degli odori degli altri che, essendo appunto insopprimibili, aleatori e insinuanti, ci sembrano sfuggire alle maglie del politicamente corretto e dunque facilmente attaccabili. Ne offre un discreto esempio la commedia uscita per Natale e per nulla natalizia di Riccardo Milani, “Come un gatto in tangenziale”, ne avrete certamente sentito parlare se non l’avete già visto com’è probabile, in cui Paola Cortellesi, ex cassiera con residenza popolarissima a Bastogi, nello sprofondo romano, offre una sorridente lezione sulla tolleranza percepita al tecnocrate progressista Giovanni che, affacciato al suo balcone, viene incomodato dagli effluvi del sarmale, piatto della tradizione culinaria rumena cucinato dall’inquilina del piano inferiore. “Aho’, so’ quindici anni che stai in Italia e ancora non te sei imparata a cucina’ come Cristo comanda”, strilla Monica all’indirizzo dell’ignota ma vociante vicina, che infatti le scarica addosso una gragnuola di incomprensibili insulti. “Com’è che ’a chiamate voi?”, ironizza Monica con Giovanni, basito e un po’ vacillante sui dati delle periferie fornite dal suo think tank a Bruxelles. “Contaminazione. Ma dove? Qui so’ tutti incazzati. E io so’ più incazzata de loro perché cucinano ’STA ROBBA STRANIERA CHE PUZZA”.

 

Odore e buoi dei paesi tuoi, ovvero la prevalenza divisiva del tanfo. Messo in scena in "Come un gatto in tangenziale"

Odore e buoi dei paesi tuoi, ovvero la prevalenza insopprimibile e divisiva del tanfo. Messo in scena a Bastogi, che molti di noi erano convinti fosse giusto il primo gruppo quotato alla Borsa di Milano, nel 1863, non certo un quartiere dimenticato alla periferia nord-ovest di Roma, il dialogo fa parecchio ridere (“oddìo, ma allora esiste davvero? Credevo si trattasse di un quartiere inventato per non offendere nessuno”, mi dice, nel suo surreale senso della correttezza, l’amica pr romana che pure, da quelle parti, passa migliaia di volte all’anno per entrare a Fiumicino e dirigersi nella lounge “Dolce Vita” di Alitalia senza guardare in faccia nessuno). Non crediate però, e giusto perché sorridete superiori, di essere esenti dall’arricciatina di narici, anche involontaria, anche indotta dall’istinto di autodifesa, che l’olfatto è il primo a scatenare di fronte a un odore sconosciuto. Sapete anzi benissimo come funziona perché l’avrete sentito pronunciare anche dall’amica più bendisposta nei riguardi delle politiche di Papa Francesco o dal signore anziano che vi ha sorriso mentre vi accomodavate accanto a lui sul metro: la cucina etnica è molto interessante, peccato che io non riesca a digerirla e che tutti quegli odori diversi mi stordiscano. E se per caso l’amica gastroenterologa vi conferma che sì, la flora batterica e il suo benessere sono un fatto di cultura, oltre che di genetica, vi sentite a posto con la vostra coscienza anche nello schifare i samosa, benché l’amica non si riferisse a loro, che anzi fanno benissimo essendo appunto ricchi di cumino, bensì al pesce crudo del sushi che invece vi piace tanto come i loro maestri affettatori, i giapponesi, che mai toccano il tatami con le scarpe e anzi fanno il bagno appena rientrano a casa.

 

L’olfatto, senso primordiale di adattamento e dunque socialmente traditore, è alla base dei nostri comportamenti in apparenza più illogici, delle nostre paure più istintive e delle nostre antipatie più radicate, così come dei nostri innamoramenti più tenaci (quello per la mamma, per esempio, è stato provato che nasca da un particolare feromone secreto dai piccoli rigonfiamenti sul bordo dell’areola, irresistibile per i neonati che dunque apprenderebbero ad attaccarsi al seno irresistibilmente attratti dal profumo).

Con l'Illuminismo le fragranze animali, pesanti e muschiate scompaiono a favore dei profumi fruttati, floreali o speziati

Sapete quando si dice che la tal cosa a naso non ci piace. Non è affatto un modo di dire: è pura realtà. Certe avversioni nascono nell’amigdala e lì si fermano. Per questo, negli ultimi due millenni e in particolare negli ultimi settant’anni, ci siamo impegnati a fondo per cancellare ogni traccia di odore personale che ci inchiodasse alla nostra più intima essenza, e abbiamo fatto lo stesso con le nostre città, cioè con la nostra dimensione sociale: se Virginia Raggi riuscisse a riportare per magia l’Urbe ai tempi di Costantino imperatore, quando leggenda narra che ai piedi della Rupe Tarpea vivesse un drago dall’alito sterminatore, probabilmente avrebbe risolto per sempre il problema dei sacchi della spazzatura che invece tenta vanamente e sempre un po’ leggendariamente di scaricare sulle spalle di colleghi riottosi in mezza Italia.

L’olfatto non è per nulla il senso residuale e indebolito dalla civilizzazione che vogliamo raccontarci per sentirci moderni e intellettuali. Al contrario è sanissimo, spernacchiante e in piena attività comparativa (i samosa), al punto che all’edizione 93 di Pitti Uomo, chiusa ieri, è stata allestita una selezione di marchi internazionali di fragranze maschili più ricca del solito e proditoriamente denominata “HI beauty”. L’uomo vero non ha da puzza’, quello socialmente rispettabile non sa nemmeno che cosa sia, l’odore personale: la bellezza è inodore, anzi gradevolmente profumata come i pot pourri della Farmacia SS. Annunziata dal 1561, certo un po’ intensi visto che la ricetta non è granché cambiata negli ultimi cinque secoli e che, ai tempi della sua composizione, il filosofo principe dell’ironia sulle miserie umane, Michel de Montaigne, riteneva le proprie deiezioni argomento di tutto rispetto oltre che, ovviamente, di delicata profumazione. Il pot pourri (in traduzione letteraria: pentola putrefatta, e dire che c’è qualcuno che si cruccia di non saperlo pronunciare bene, questo derivato di usanze medievali) è la cosa olfattivamente più antica che continui ad albergare nelle nostre case, e non è un caso che, talvolta, non ci piaccia granché.

 

L’impatto olfattivo potente e respingente che molti di noi hanno nei paesi terzomondisti o dove l’accettazione condivisa di alcune specifiche fragranze è un fatto addirittura religioso (ricordo una terrificante notte stesa su un tavolaccio in un monastero del Tibet senza riuscire ad addormentarmi per le esalazioni fumose delle candele alimentate a grasso di yak) è una risposta mnemonica, prima ancora che culturale. Ci spaventa quel salto nel passato e nella povertà, di cui la sporcizia e la putrefazione en plein air di piante, frutta e animali ci sembrano il segno più evidente, pur vivendo noi un presente di polveri sottili e di esalazioni cancerogene. Ci imbarazza la nostra origine animale e la ferinità delle nostre pulsioni, dalle quali cerchiamo di prendere le distanze dal momento in cui abbiamo sperimentato la stazione eretta, e che lo sviluppo delle religioni, in specie di quelle monoteiste, hanno favorito in ogni modo e con ogni iconografia.

 

La malattia puzza oltre ogni dire: i medici barocchi, incapaci di isolare la causa della peste, l'identificano in un soffio satanico

Utilizzando, senza saperlo, la semplificazione binaria dell’olfatto, gradevole-sgradevole, buono-cattivo, i sostenitori dell’intolleranza educano un numero sempre crescente di gente all’odio per qualunque pratica avvenga al di sotto della propria testa, prudentemente separata dal resto del corpo da una gorgiera che lo rende, di fatto, nascosto alla vista di chi lo abita ma non del diavolo, che infatti prospera fra le feci e l’urina (tema che tornerà carissimo alla repressione anale esplorata dalla psicanalisi freudiana) e ne utilizza la rappresentazione olfattiva per dare spettacolo e annunzio di sé, basti pensare al Barbariccia dantesco, l’unico che tutti conoscono per via dello sfintere usato come trombetta.

  

La naturalità è di suo maleodorante, ma la malattia puzza oltre ogni dire, al punto che i medici barocchi, incapaci di isolare la causa della peste, l’identificano in un soffio satanico che corrompe l’aria e, per scacciarla, adottano una serie di rimedi ancora più pestilenziali, tratti dalle secrezioni delle ghiandole sessuali animali: muschio, ambra e civetta. Ne imbevono guanti, maschere, amuleti, facendo la fortuna di cacciatori e guantai. Lo scontro di potenza fra le puzze. I poveri e i discepoli di Agrippa d’Aubigné e di Enrico IV si contentano di masticare aglio a più non posso e lasciando evidentemente tracce secolari delle proprie azioni, al punto che Daniel Defoe, centocinquant’anni dopo, nel suo “Diario” sull’anno della peste scrive di come fosse stata combattuta dai contadini masticando uno spicchio dopo l’altro e fumando tabacco profumato.

 

Un bel saggio uscito in queste settimane in Francia a cura del cattedratico francese Robert Muchembled analizza come la spinta controriformista al calvinismo si trasformò da una parte in una pira sempre accesa per purificare uomini, e soprattutto donne, dagli immondi commerci col malefico, e dall’altra in uno stigma nei confronti degli odori corporali umani a favore dell’elaborazione di quelli animali. In questa intrigante narrazione dello sviluppo delle preferenze olfattive, i migliori profumi si qualificano inizialmente come repellenti, a scopi profilattici, e al tempo stesso come potenziatori della sensualità. Ambigui, trasmettono il meglio come il peggio. La moda fa il resto nel corso della prima rivoluzione olfattiva dei tempi moderni, fra il Rinascimento e il regno di Luigi XIV, quando il poeta Jean de Bussières, in una curiosa ode ai tulipani, mania floreale dell’epoca, ne stigmatizza l’assoluta mancanza di odore: non potendo opporsi con la forza del proprio profumo alla puzza della città o dei corpi “au naturel”, posseggono per il poeta una vana bellezza, da cui tenersi lontani.

 

Con l’Illuminismo, inevitabilmente, le fragranze animali, pesanti e muschiate scompaiono a favore dei profumi fruttati, floreali o speziati: la scomparsa della peste, dopo il 1720, così come una netta diminuzione della paura del diavolo rendono inutile la lotta olfattiva contro le forze del male. Il riflusso della misoginia contribuisce al tramonto della seduzione maschile feromonica con l’aiutino (l’Ivano di “Viaggi di nozze”, che aumenta il proprio estro sessuale aspirandosi voluttuoso l’ascella non avrebbe avuto spazio, chez madame de Geoffrin), mentre si impongono profumi soavi, ispirati da una visione addolcita della natura. Un paio di case profumiere parigine, ritrovate le composizioni nei diari della corte di Luigi XV e in alcuni trattati di botanica e di chimica del tempo, ha provato a riprodurli oggi, con le essenze chimiche derivate imposte dalla Ue (i nostri antenati si spalmavano di estratti animali, noi rischiamo ufficialmente reazioni allergiche per i distillati dai fiori della Provenza), proponendole in un salone milanese di settore, con scarsissimi risultati.

 

Con l’Illuminismo le fragranze animali, pesanti e muschiate scompaiono a favore dei profumi fruttati, floreali o speziati

All’olfatto di oggi sono sembrati troppo forti, probabilmente troppo lontani da quella che era certamente l’essenza naturale originale, e certamente troppo diversi dal nostro modo di intendere il profumo. In epoca di esplorazione del doppio, dell’agender, i profumi maggiormente venduti sono unisex oppure complementari come “Together stronger” di Giorgio Armani (nome del sentore per lei “because it’s you”, per lui “stronger with you”, omaggio al politicamente corretto nei rapporti fra sessi e a dimostrazione che l’olfatto è un senso decisamente meno primordiale di quanto si creda). Gli occidentali, dice Muchembled, non hanno affatto dimenticato il proprio riflesso nei confronti degli odori, e l’interesse che gli sta riservando la scienze, tentando di isolare i miliardi di effluvi che siamo in grado di percepire e memorizzare ne è la prova più evidente. Manca però, forse, uno studio non storico ma sociale e contemporaneo alla nostra reazione agli odori. Il tema che, pur nella sua versione ludica, di intrattenimento, pone il film di Milani. Le vite degli altri sono nulla se non riusciamo a integrarle con i loro colori, i loro suoni e, minacciosi, i loro odori e le loro relative, culturali puzze. 

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