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Being Armani: "Interpretarmi? Ethan Hawke. O James Dean"

“The assassination of Gianni Versace”, secondo serial dell’antologia American Crime Story, pare stenti a trovare l’interprete adatto per il ruolo di “re Giorgio”

6 Luglio 2017 alle 21:48

Being Armani: "Interpretarmi? Ethan Hawke. O James Dean"

Giorgio Armani (LaPresse)

"Un attore che potrebbe interpretarmi?”. Giorgio Armani abbozza un sorriso, del tutto ignaro dei pensieri che vanno facendo su di lui a Hollywood e spero ci perdonerà se non abbiamo potuto dirglielo lì per lì, ma dargli un pensiero mentre si prepara a far sfilare la collezione di couture a Parigi ci sembra inopportuno, pur morendo dalla curiosità di ascoltare il suo parere. “Forse Ethan Hawke: lo guardavo qualche tempo fa e mi sembrava mi somigliasse. Però”, e qui gli occhi sempre azzurrissimi si accendono di un lampo di malizia, “un tempo mi sembrava di somigliare a James Dean”, che è certamente vero, ma che è anche un’indicazione un po’ impossibile da seguire per gli sceneggiatori di “The assassination of Gianni Versace”, il secondo serial dell’antologia creata da Ryan Murphy per American Crime Story, blockbuster di Fox che, dopo aver identificato in Penelope Cruz l’interprete ideale per il ruolo di Donatella Versace e in Edgar Ramirez il volto ideale per rappresentare lo stilista ucciso davanti alla sua villa di Miami il 15 luglio 1997, pare stenti a trovare l’interprete adatto per il ruolo di “re Giorgio”.

   

Una parte piccola ma significativa: Armani, che tuttora i media identificano come il contraltare, l’opposto perfetto allo stile di Versace (è entrata nella storia la battuta apocrifa fra i due alle prove di una sfilata di “Donna sotto le stelle” molti anni fa: “Tu vesti le donne eleganti e un po’ suorine. Io le zoccole”), ha infatti tratti delicati, affilati, molto lontani da quelli degli attori di oggi e che, peraltro, sul red carpet vestono quasi esclusivamente gli smoking del sire di via Borgonuovo, Martedì, al Palais de Chaillot dove sfila dalla prima collezione della linea couture, aveva una buona percentuale della Hollywood che conta seduta in prima fila per la sua spettacolare collezione couture fatta di materiali eclettici, soutage in ciré e tundra di seta e cloche a veletta in evoluzione moderna rispetto a quelle che ombreggiavano il volto di Greta Garbo: premi Oscar e César come Sophia Loren, Kate Winslet, Naomi Watts e Isabelle Huppert.

 

Sullo sfondo e all’ingresso della sfilata, le immagini degli affreschi, degli stucchi e dei lavori di ebanisteria di Palazzo Orsini di via Borgonuovo 11 a Milano, un tempo Palazzo Roma, affacciato sull’Orto Botanico di Brera, affrescato da Andrea Appiani con leggiadri motivi di amori olimpici e dotato di uno scalone di cui parlavano i viaggiatori del primo Ottocento nei loro appunti di viaggio. Uno scatto di orgoglio nella capitale francese per la sede della propria maison, e la propria residenza, che ha deciso di aprire agli ospiti più importanti, e anche un piccolo avvertimento alla Fédération de la Haute Couture et de la Mode che ha appena cambiato nome perdendo in apparenza anche un po’ il senso della propria missione. Sotto l’egida di una alta moda presunta, a Parigi in questi giorni si sta vedendo davvero di tutto. “Mi piace il confronto elevato, non la confusione che vedo in giro, le firme che mettono in vetrina t shirt come fossero altro. Bisogna distinguere, e forse anche recuperare le cose fatte con sentimento”.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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