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Trump perde il make e l’again e promette un grigio mantenimento

Donald Trump quando ha annunciato lo slogan della nuova campagna elettorale per la rielezione: “Keep America Great!”. Adesso che si fa, senza l'ingrediente potente dell'azione e la leva della nostalgia?

Mattia Ferraresi

Email:

ferraresi@ilfoglio.it

15 Marzo 2018 alle 06:00

Keep America Great!

Keep America Great! (foto via Amazon)

“Non possiamo usare ancora Make America Great Again, perché abbiamo già reso grande l’America”, ha spiegato, con la solita ferrea logica, Donald Trump quando ha annunciato lo slogan della campagna elettorale per la rielezione: “Keep America Great!”. I mandati presidenziali americani sono di per sé brevi e Trump ha sposato il modello politico della campagna elettorale permanente, dunque dopo quattordici mesi scarsi di governo sente già l’esigenza pressante del comizio, della mobilitazione, della sfida per riaffermarsi grazie alla legittimazione del popolo. Ha già selezionato un manager della campagna, il suo stregone dei numeri e degli algoritmi, Brad Parscale, e ha già fatto ripartire una macchina che, a ben vedere, non si è mai fermata.

  

Il problema, tuttavia, è lo slogan. Perché Trump h già mantenuto la promessa, ha già reso all’America la grandezza perduta e tutti gli indici fondamentali, dalla crescita all’occupazione alla produttività sono lì a testimoniarlo, e dunque adesso che si fa? Come ci si regola, elettoralmente parlando, con un’America già restaurata? Nella rinnovata promessa agli americani Trump ci ha rimesso due parole importanti: make e again.

 

La prima, il fare, è un verbo fondamentale della vita americana, che è essa stessa un inno intorno primazia dell’azione sulla riflessione teorica. Anche nell’accezione di rendere che assume nello slogan trumpiano, make evoca l’uomo che fa e lo contrappone all’uomo che parla (“all talk, no action”), induce il senso di un’opera fattiva, senza fronzoli e orpelli, mentre sullo sfondo l’establishment continua a mantenere il suo potere burocratico e inconcludente. Il governo del fare è un’espressione idiomatica, e qualche anno fa in Italia una piccola compagine aveva provato a mettere il fare al centro del proprio dire, con risultati leggermente inferiori a quelli di Trump. Certi economisti liberisti amano dividere il mondo in makers e takers: da un parte quelli che fanno, dall’altra quelli che s’agganciano, sfruttano, si fanno sussidiare e trascinare. Mettere make come prima parola di uno slogan elettorale è una trovata comunicativa vincente , e infatti a pensarci era stato Ronald Reagan.

  

L’altra parola smarrita è again, una sintesi dello scenario nostalgico che Trump ha evocato per i suoi elettori, inebriati dai sogni di un’età dell’oro che a bene vedere non è mai esistita. La nostalgia è un ingrediente potente nel grande intruglio delle emozioni elettorali. Il presidente ha perso dunque la forza del fare e la leva della restaurazione della grandezza perduta, e in cambio ha da offrire soltanto un keep, il verbo del mantenimento, cioè della sacra occupazione di ogni establishment di ogni tempo. Mantenere, gestire la grandezza americana già acquisita è l’attività più low energy che Trump potesse immaginare.

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