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I giovani progressisti non vogliono che la libertà di parola sia garantita a tutti

Secondo uno studio dell’istituto Gallup la maggioranza degli studenti americani vorrebbe che fosse impedito di parlare a oratori che di proposito offendono minoranze e gruppi che sono regolarmente oggetto di discriminazioni

19 Ottobre 2017 alle 19:29

I giovani progressisti non vogliono che la libertà di parola sia garantita a tutti

Foto LaPresse

I giovani amano la libertà meno di quanto amano dichiarare di amarla. Dagli anni Novanta i sondaggi mostrano che l’entusiasmo e la fiducia nei confronti della democrazie e delle istituzioni liberali scemano costantemente, tanto che oggi il World Values Survey dice che soltanto il trenta per cento fra gli americani nati dopo il 1980 considera essenziale vivere in una democrazia. Una tendenza analoga si riscontra anche a proposito della libertà di parola. Nei campus dove regolarmente speaker conservatori, provocatori beceri e clownesche figure del circo della alt-right vengono messi a tacere, a volte prese di mira da aggressori vestiti di nero che si fregiano dell’appellativo “antifa”, il tabù è già stato violato da tempo.

 

Fra gli studenti progressisti domina lo scetticismo nei confronti del primo emendamento. La libertà va limitata, ristretta, vigilata, per conformarsi alla legge suprema dell’offesa e adeguarsi al dogma della vittimizzazione, che è la sensibilità ferita, non la libertà di espressione.

 

Secondo uno studio dell’istituto Gallup pubblicato lo scorso anno, la maggioranza degli studenti americani vorrebbe che fosse impedito di parlare a oratori che di proposito offendono minoranze e gruppi che sono regolarmente oggetto di discriminazioni. Un venti per cento crede che la violenza sia un mezzo legittimo per realizzare il fine. Si tratta di un sentimento trasversale rispetto agli schieramenti politici: si rintraccia fra democratici e repubblicani, è rappresentato nel mondo conservatore e in quello progressista. E pure in quella fetta che allegramente sorvola queste distinzioni. “Se lo scetticismo verso la democrazia e la libertà di parola non rappresenta una posizione politica, che cosa rappresenta? Che cosa unisce così tanti giovani americani in questi atteggiamenti? Credo che la risposta sia la paura, il nemico giurato della libertà”, ha scritto lo psicologo Clay Routledge, professore alla North Dakota State University. Si tratta di un paradosso: la libertà è stata a tal punto venerata, idolatrata, trattata come un feticcio sacro che ha finito per mettere paura agli uomini che si proponeva di liberare dagli impedimenti dei poteri costituiti e delle inibizioni sociali. Sembrava impossibile stancarsi del bene supremo della libertà, e invece. Routledge collega questa controintuitiva risacca al fenomeno dell’“helicopter parenting”, il controllo costante, ossessivo dei figli da parti di genitori apprensivi che con tutti i mezzi offerti dalla tecnologia pattugliano le agende fittissime di ragazzini si muovono da un’attività all’altra su una specie di nastro trasportatore. L’“helicopter parenting” sacrifica i valori dell’indipendenza, la capacità di cavarsela da sé e la responsabilità sull’altare della sicurezza. Sul tacito contratto firmato dai genitori-elicottero c’è scritto che la capacità di liberarsi dai legami e di prendere possesso della propria vita non è il valore supremo, non è la bussola da seguire nella complicata traversata dell’educazione.

 

Il motore è la paura

Il motore segreto di questa linea di pensiero, come osserva Routledge, è la paura: paura dell’ignoto, di ciò che cade al di fuori del controllo, paura che il mondo sia un fascio di promesse tradite. E’ improbabile che le generazioni venute su sotto il segno del controllo e della sicurezza, esercitate e perseguita a fin di bene, abbiano come orizzonte la libertà e l’autonomia quando si tratta di prendere una posizione politica o di pronunciarsi sulle questioni sociali impellenti, e questo spiega almeno in parte la disaffezione dei giovani verso ciò che consideravamo ovvio e indiscutibile. Ma il paradosso è intergenerazionale. I genitori-elicottero appartengono a generazioni segnate dall’autodeterminazione e della possesso di sé come postura antropologica di default, eppure quando si tratta del bene più prezioso, i figli, scambiano tranquillamente l’ideale dell’indipendenza per quello della sicurezza.

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