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Quei ragazzi senza voglia di fare cose da grandi

Ma quale frenesia di crescere, la Gen Z non ha fretta, accoccolata com’è nell’eterna adolescenza

21 Settembre 2017 alle 06:00

Quei ragazzi senza voglia di fare cose da grandi

Foto LaPresse

C’è stato un tempo in cui si credeva che i giovani sarebbero stati distrutti dalla fretta. Diventeranno grandi troppo presto, perderanno l’innocenza prima ancora di sapere di cosa di tratta, la combinazione di Snapchat, YouPorn e Tinder li trascinerà fuori dall’adolescenza lasciando cicatrici bestiali, tireremo su una generazione di ragazzi già adulti, esposti e sottoposti a qualunque contenuto il flusso della vita digitale di cui fanno parte possa offrire. Avremo ceo quindicenni e professori ventenni, le babygang non saranno più “baby”. In realtà sta succedendo il contrario.

 

La generazione Z, oggetto ancora misterioso ma in rapida fase di esplorazione da parte di sociologi e psicologi vari, si sta attrezzando per una interminabile adolescenza, rimandando sistematicamente le attività associate all’età adulta. Il più ampio studio condotto finora sui ragazzi fra 13 e 19 anni, operazione congiunta della San Diego State University e del Bryn Mawr College, che hanno lavorato su un campione di oltre otto milioni di ragazzi, dice che dal 2000 in poi i teenager bevono meno, guidano meno l’automobile, lavorano meno dopo la scuola e d’estate, hanno meno appuntamenti, fanno meno sesso. I quindicenni degli anni Dieci escono di casa molto meno di quelli degli anni Novanta, stanno di più con i genitori, aderendo con grande piacere ai dettami di controllo tecnologico che sono loro stati imposti. Cosa fanno, dunque? Stanno a casa, attaccati a smartphone che li avvicinano e li allontanano dal mondo.

 

Una pletora di dati ci aveva informato che il numero di gravidanze fra le teenager americane è crollato negli ultimi anni, e gli esperti spiegavano che l’origine del fenomeno era da cercare nei comportamenti virtuosi e responsabili di una generazione più matura di quella che l’aveva preceduta. Le precauzioni però non c’entrano. “I nostri risultati mostrano che il fatto non è che i giovani oggi sono più virtuosi o più pigri, è soltanto che è meno probabile che facciano cose da adulti”, dice Jean Twenge, psicologa della San Diego Stati University. Secondo i suoi studi, è in corso un processo di adolescentizzazione progressiva della società: i diciottenni di oggi sono i quindicenni di ieri, e i venticinquenni di domani saranno i diciottenni di oggi. Il cambiamento è causato in parte dalla pervasiva diffusione d tecnologie che rendono superflue o poco attraenti attività un tempo essenziali. Perché fare sesso quando si può fare sexting?, si chiede il campione della generazione Z. La risposta non è scontata.

 

La migrazione di massa verso relazioni esclusivamente digitali si porta dietro alcune associazioni inquietanti. I ricercatori hanno notato, ad esempio, che il tasso di omicidi fra i teenager è calato drasticamente negli ultimi anni, ma allo tesso tempo è aumentato a dismisura quello dei suicidi. Altri fattori che spiegano la ritrosia a diventare adulti hanno a che fare con il reddito e con la composizione della famiglia contemporanea. I figli dell’alta borghesia crescono con buone ragioni per credere che si possa rimandare ad libitum l’ingresso nell’età adulta, mentre i poveri non hanno la possibilità di scegliere. Sono più proni a lanciarsi in attività da adulti i ragazzi che crescono in famiglie numerose, dove è più naturale che siano le spinte relazionali a dominare sulle forze centripete dell’ego. Essere circondati da fratelli e sorelle è un motore che spinge a esplorare e fare esperienza del mondo al di fuori dei network virtuali e delle camerette reali. Ma l’adolescenza eterna non è solo un fatto di mood generazionale o di esagerazioni tecnologiche. Secondo gli autori dello studio si tratta di un problema che ha a che fare con il senso della maternità e della paternità, con l’economia, la fertilità, il calo demografico. E’ la patologia sociale che le riassume tutte.

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