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Da case della cultura a case d'intolleranza. Ma verso i conservatori

Una volta le università americane tendevano a sinistra, ora la loro ragion d’essere è la lotta alla destra

13 Luglio 2017 alle 06:00

Da case della cultura a case d'intolleranza. Ma verso i conservatori

Berkeley

New York. I conservatori americani odiano le università. Non è una novità folgorante. Gli atenei americani sono ricettacoli del pensiero liberal che esibiscono crescenti livelli di ostilità verso chi non è prono alla cultura dominante. E’ noto il trattamento che mediamente ricevono gli ospiti conservatori invitati a parlare dagli atenei o da associazioni studentesche: disinviti, proteste, cortei, minacce e intimidazioni sono ormai parte di un copione. Quando l’ospite è particolarmente sgradito entrano in scena caschi, spranghe e molotov. E’ normale che professori vengano messi a tacere o minacciati magari soltanto perché non hanno difeso con la necessaria veemenza i “safe space” di qualche minoranza minacciata oppure l’ultima campagna per la rimozione dell’intitolazione di un edificio dell’università a qualche padre fondatore, colpevole di essere stato a suo tempo un proprietario di schiavi. Il trattamento del sociologo Charles Murray a Middlebury è diventato un caso di scuola, perché Murray non è un provocatore della alt-right, ma uno studioso serio con una lunga carriera alle spalle che usa toni straordinariamente pacati. 

   

Dopo averlo fischiato, boicottato, accerchiato e aggredito mentre cercava di rifugiarsi nella macchina per scampare alla folla, gli attivisti hanno individuato il ristorante a diverse miglia dal college dove si era fermato a mangiare, costringendolo a un’altra fuga. Nessuno può ragionevolmente sostenere che gli ospiti di destra e di sinistra ricevano lo stesso trattamento quando vengono invitati in università di opposta tradizione politica. Nella più grande università evangelica degli Stati Uniti, il Liberty College, un luogo così conservatore che Ted Cruz ha lanciato lì la sua candidatura alla presidenza, Bernie Sanders è stato rispettosamente ascoltato, e tranquillamente ha ammesso che su alcuni temi, vedi l’aborto, è in chiaro disaccordo con la linea dell’università. Quando Milo Yiannopolous si è presentato a Berkeley hanno bruciato mezzo campus e sono intervenuti gli agenti in assetto antisommossa. Questa tendenza ormai evidente a chiunque non si coccoli nella falsa coscienza non aveva prodotto finora un moto di sfiducia da parte dei conservatori circa il valore dell’istruzione universitaria. Un conto è criticare l’impostazione ideologica prevalente, un altro è rigettare il senso stesso della laurea, tanto da decidere di tenere fuori i figli dal college.

  

Nel 2010 il 58 per cento dei repubblicani sosteneva che il sistema universitario aveva un effetto positivo sul paese. Nel giro di sette anni il dato è crollato fino al 36 per cento. Cos’è successo in questo periodo? Le università tendono a sinistra da decenni, cos’è cambiato nella percezione conservatrice? Megan McArdle, editorialista di Bloomberg View di ascendenza libertaria, scrive che “i college hanno offerto ai conservatori immagini di una istituzione che non solo tende a sinistra, ma è attivamente ostile ai conservatori, e la libertà di parola dei conservatori è sempre più minacciata”. Quando McArdle parla di “immagini” si riferisce proprio alle innumerevoli fotografie e alle decine di ore di video che ogni giorno documentano con inquietante vividezza la metamorfosi delle università da luoghi del sapere a tabernacoli della religione dei “social justice warriors”, case d’intolleranza dove la violenza verbale e fisica verso il pensiero disallineato è passata in pochi anni da effetto collaterale prodotto da qualche compagno che sbaglia a ragion d’essere delle istituzioni. Meglio non laurearsi mai.

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