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Jared Kushner è la peggiore caricatura di una generazione

Il senior advisor del Presidente degli Stati Uniti non sa nulla e si occupa di tutto

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

29 Giugno 2017 alle 06:00

Jared Kushner è la peggiore caricatura di una generazione

Jared Kushner (foto LaPresse)

New York. Il millennial più influente della Casa Bianca, Jared Kushner, è un pessimo testimonial della sua generazione. Agisce sempre in solitaria, se ne frega dei protocolli e delle gerarchie, crede di poter risolvere problemi su cui non ha la minima competenza con la sola imposizione delle mani, non sopporta di essere oscurato dagli altri.

  

Nel suo viaggio in Israele e Palestina, dove è stato mandato per lavorare alla riapertura del processo di pace, ha dato ampio sfoggio di tutte queste doti. Con Benjamin Netanyahu è andato tutto liscio, se non si considera il fatto che un paio di giorni prima del suo arrivo il premier di Israele ha annunciato la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania, cosa che perfino Trump gli aveva chiesto di non fare per poter avviare un dialogo. Questo non ha fermato Kushner, che accanto all’inviato speciale per il medio oriente, Jason Greenblatt, in posizione di gregario, ha diligentemente raccolto le richieste di Bibi ed è ripartito alla volta di Ramallah.

  

Ad attenderlo c’era un indisposto Abu Mazen, diventato furibondo, dicono, quando dopo aver dato lettura delle richieste israeliane, Kushner gli ha presentato le sue rimostranze per il rifiuto di condannare un recente attentato a Gerusalemme e per non aver voluto incontrare l’ambasciatore americano a Tel Aviv. Il leader palestinese si era rifiutato perché David Friedman in passato aveva sostenuto l’espansione degli insediamenti. L’incontro è finito malamente, e si sono sparse subito le voci – smentite – che Trump si stesse già chiamando fuori dal ruolo di broker.

  

Questo è il modus operandi di Kushner, che ha un portfolio di politica estera vasto come l’impero di Carlo V e zero esperienza. È stato lui a escogitare, assieme all’amico Yousef al Otaiba, ambasciatore degli Emirati arabi, la designazione del Qatar come sponsor del terrorismo, tagliando fuori dalla decisione dipartimento di stato e Pentagono (avrebbero potuto spiegargli che in Qatar c’è la più grande base americana della regione, ad esempio). Rex Tillerson non lo può vedere, mezzo gabinetto lo considera un arrogante che si fa i selfie con Ivanka e tanto poi c’è il suocero che risolve tutto. La peggiore caricatura di una generazione.

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