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Dai poliziotti americani alle immagini di Is: sarebbe meglio non vedere ciò che è giusto mostrare

14 Luglio 2016 alle 13:33

Dai poliziotti americani alle immagini di Is: sarebbe meglio non vedere ciò che è giusto mostrare

New York. Micah Johnson voleva uccidere poliziotti bianchi che hanno abbattuto Philando Castile in Minnesota e Alton Sterling a Baton Rouge, sotto gli occhi di un paese sgomento che ha seguito gli accadimenti in tempo quasi reale, ripresi dagli occhi che teniamo in tasca e condivisi sui social. Le indagini della polizia dicono che l’attentatore di Dallas era pronto ad azioni ancora più violente ed esplosive, ma poi ha deciso di accelerare i tempi, ed è molto probabile che il catalizzatore della violenza siano stati proprio i video che hanno mostrato l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia contro afroamericani. Il veterano di venticinque anni ha agito perché ha visto, e lo spettacolo brutale ha aizzato una pulsione interiore che si è trasformata in una vendetta a colpi di fucile. E’ un meccanismo analogo a quello dei cosiddetti “lupi solitari” che rimangono impigliati nel tragico storytelling dello Stato islamico. Ci dev’essere una base, una predisposizione ideologica o una convinzione interiore semiformata, ma le immagini hanno il potere di portare in superficie ciò che rimarrebbe chiuso negli angoli della coscienza.

 

La democratizzazione del web ci ha dato Fabio Rovazzi ma anche la propaganda del Califfato, ci ha consegnato la realtà aumentata di Pokemon Go e l’agonia di un uomo che muore in macchina davanti alla figlia di quattro anni, per mano di un tutore della legge. Mark Zuckerberg ha subito elogiato il “mondo più connesso” di cui è profeta quando la fidanzata di Castile ha condiviso la morte sul social network, ma ancora non sapeva che quello che per lui e per molti altri era uno strumento su cui far leva per riformare un sistema corrotto, per altri era un invito a prendere un fucile automatico e a sparare ai poliziotti di Dallas. Col senno di poi, non era meglio non vedere? La pervasività delle immagini, dalla diretta Facebook alle telecamere sul corpo degli agenti, è il tratto dominante di una crisi a sfondo razziale dove percezione e statistica divorziano.

 

I numeri sui crimini violenti in America sono in costante calo, da decenni prevalgono i lincolniani “better angels of our nature” che Damon Pinker ha usato per intitolare un suo famoso tomo, ma la violenza percepita è in costante crescita. Con il paradosso che lo strumento che permette di individuare responsabilità e indurre prudenza è lo stesso che funge da moltiplicatore della rabbia. La disponibilità immediata delle immagini, qualità che ci ha reso una società di condivisori irriflessi, ha potenti effetti collaterali, e fa leva su tendenze umane che circolano da molto prima che ottenessimo i mezzi tecnologici per praticarle. Quando il Demone dell’Elettricità consegna al ragazzo gli occhiali che gli permettono di svelare la bontà o la malvagità delle persone che vede attraverso le lenti, lui domanda: “Chi li ha inventati?”. Il Demone risponde: “E’ un fatto che è sempre esistito, ma ora è utilizzato per la prima volta”. La profezia della realtà aumentata fatta da L. Frank Baum nel 1901 è utile anche per questi tempi ambigui in cui sarebbe meglio non vedere ciò che appare giusto mostrare.

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