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Lo sfogo di uno scrittore gay e progressista spiega l’America di Trump, ossessionata dalle identità

16 Giugno 2016 alle 06:18

Lo sfogo di uno scrittore gay e progressista spiega l’America di Trump, ossessionata dalle identità

New York. Infastidito da certe manifestazioni di solidarietà per le vittime della strage di Orlando, lo scrittore Daniel Mendelsohn, che è omosessuale, ha pubblicato un fiammeggiante post per castigare quelli che, pur non essendo gay, dicono “è stato un attacco contro tutti noi”: “No, non siete stati attaccati; in questo caso, perché non siete gay. Questa retorica da solidarietà superficiale con il cuore d’oro, ma sentimentale e senza cervello è così diffusa che non ne percepiamo più la natura insidiosa (‘Je Suis Charlie?’ Scusate, ma se lo eravate ora siete morti). Si oscura così la cruciale specificità degli eventi, delle persone e delle identità. Un pericoloso piano inclinato che è fra l’altro allarmante perché suggerisce che siamo sempre meno capaci di sentire empatia (emozione legittima) senza ‘identificarci’. Puoi sentire dolore per le vittime, non c’è bisogno di dimostrare di essere uno di loro”. E’ una perfetta istantanea dall’America di Trump. La consonanza con il candidato non è nel merito, nei tratti del caso specifico, ma nella forma dell’argomento, nell’orientamento identitario di una posizione per cui occorre sincerarsi di essere parte del gruppo finito sotto attacco per poter legittimamente esprimere cordoglio.

 

Essere parte del genere umano non è un legame sufficiente per giustificare l’empatia con le vittime, nel gioco della identity politics si ragiona per clan, chi varca le soglie del proprio gruppo d’appartenenza commette peccato di “appropriazione culturale”, e così si può solidarizzare ma non sentirsi chiamati in causa, ché a Orlando la furia assassina non era diretta contro l’America oppure la società occidentale, ma contro un gruppo specifico. Al contrario di altri leader repubblicani, Trump ha con forza e da subito riconosciuto la specificità identitaria delle vittime dell’attacco, e non potrebbe essere altrimenti, ché il candidato sguazza nella politica dell’identità. Per lui gli appartenenti a una religione vanno temporaneamente tenuti fuori dall’America, e che la gran parte dei terroristi radicalizzati in America abbiano un passaporto identico al suo poco importa. Quello che importa è che non corrispondono alla sua immagine dell’identità americana. La identity politics non è un’esclusiva democratica né repubblicana, ma quando Trump ne rimarca i tratti sembra il preludio di un apocalisse totalitaria, quando a farlo è uno scrittore progressista è una manifestazione di sensibilità perfettamente legittima.

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