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L’exploit di Kendrick Lamar ai Grammy era tutto per gli attivisti depressi del Black Lives Matter

Ci sono due notizie che non si toccano ma in qualche modo si parlano. Una è la performance di Kendrick Lamar ai Grammy Award, l’altra è la depressione che serpeggia fra gli attivisti di Black Lives Matter.

18 Febbraio 2016 alle 06:27

L’exploit di Kendrick Lamar ai Grammy era tutto per gli attivisti depressi del Black Lives Matter
Ci sono due notizie che non si toccano ma in qualche modo si parlano. Una è la performance di Kendrick Lamar ai Grammy Award, l’altra è la depressione che serpeggia fra gli attivisti di Black Lives Matter. Un paio di giorni sono pochi per dichiarare ingressi e uscite nella storia, ma non è impossibile che lo show del rapper che ha traghettato il genere in una nuova generazione diventi una specie di punto di riferimento a venire. Si ricorderà sospirando quella volta in cui Kendrick Lamar si è presentato sul palco in catene, con i suoi ragazzi di Compton incatenati anche loro, tutti erano vestiti da carcerati e i musicisti suonavano dietro le sbarre, non rimarrà nella memoria come la notte in cui Rihanna aveva mal di gola, Nicki Minaj non aveva voglia e Kanye West era perso nella sua megalomania. E nemmeno come quella volta in cui Taylor Swift ha mostrato il suo corpo eccelso in un abito eccelso, perché lo fa sempre. Serata storica oppure no, rimane il fatto che Lamar ha messo sul palco un’esibizione di potenza straordinaria, tutto un grido politico e di denuncia, un’iperbole di disagio razziale e diritti civili in cui era impossibile non rimanere trafitti. C’era il cuore ferito di Lamar su quel palco. Lui è così. Intelligente, tagliente. Alcuni addirittura lo considerano troppo secchione, profondo, troppo legato alla causa sociale. O meglio: quando fa la pubblicità delle scarpe è un automa corporate come tutti, si capisce, ma artisticamente è quello che canta “The Blacker the Berry” ai Grammy, punto di riferimento di una generazione nera che vive il “nuovo Jim Crow”, come dice Michelle Alexander, la discriminazione fatta con perquisizioni arbitrarie e incarcerazioni preventive. E’ inevitabile accoppiare il kendrickismo supremo alla storia di MarShawn McCarrel, raccontata bene dal Washington Post. McCarrel era un ragazzo di 23 anni che si era profondamente coinvolto con il movimento Black Lives Matter, diventando un punto di riferimento per gli attivisti dell’Ohio. McCarrel si è ucciso e l’episodio, approfondisce il Washington Post, racconta in realtà di un fenomeno più allargato all’interno del movimento di protesta. Ansia, paura, violenza, aggressioni e depressione si ritrovano con una certa frequenza nell’ambiente della protesta afroamericana, specialmente fra i più giovani. Uno degli intervistati, Jonathan Butler, è il ragazzo che ha protestato contro il rettore della sua università, nel Missouri, perché non aveva preso le difese dei manifestanti a Ferguson. Il rettore si è infine dimesso. Butler dice che da anni combatte la depressione e gli istinti suicidi non sono del tutto estranei. Certo, la paura di essere arrestato, picchiato, umiliato, discriminato, violato nella sua dignità o addirittura ucciso dalla polizia non lo fa vivere tranquillo, ma c’è anche dell’altro. Ad esempio la pressione. L’aspettativa che hanno gli altri, l’inanità degli sforzi, la paura di non essere all’altezza del momento, della storia, di chi ha fatto la storia prima di te, di non meritarsi la fiducia di chi ti ha messo nelle mani un tesoro prezioso, il divario fra il mondo immaginato e quello percepito. Anche senza un poliziotto che mette le manette, la vita può diventare una prigione, come quella dentro la quale cantano Kendrick Lamar e i suoi compagni di Compton.

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