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Segregazione dei cessi e disparità di capezzoli sono simboli della crociata contro le differenze

28 Gennaio 2016 alle 06:11

New York. La segregazione dei cessi e la disparità di capezzolo sono mali che affliggono il nostro tempo. Forse non sono in cima alla lista delle priorità sociali del momento, ma se si traggono correttamente le conclusioni dalle premesse della lotta per l’uguaglianza si finisce per sbattere da quelle parti. Sul New Yorker, Jeannie Suk ha scritto un appassionato atto di accusa contro il bagno delle femmine separato da quello dei maschi, combinando con sapienza l’aneddotica di prima mano e le argomentazioni teoretiche: “Oggi gli uomini e le donne, che non si presume siano soltanto eterosessuali, dovrebbero lavorare gli uni a fianco agli altri, sedersi accanto al ristorante, stare incollati negli autobus e negli aerei, andare a lezione, studiare nelle biblioteche e, con alcune eccezioni, anche pregare insieme. Perché il bagno è l’ultimo residuo della separazione sociale dei generi?”. Il fronte per la desegregazione del gabinetto è cresciuto nell’ultimo anno. I pionieri di questa battaglia sono le associazioni per la difesa dei transgender, per ragioni facilmente intuibili, Nel tempo però lo scontro si è esteso. Ora lo scopo finale non è aggiungere il bagno neutro (una sorta di “separate but equal” di genere) ma di eliminare direttamente l’etichettatura, vecchia o nuova che sia. Il gender-neutral esiste soltanto in opposizione a qualcosa che neutral non è. Analoga è la battaglia alla disparità di capezzolo, che ha portato il New York Times a dedicare uno dei suoi mini documentari sulla paladine del seno libero, senza censure. Il movimento free-nipple è esploso lo scorso anno. Secondo i dati del Times, la frase “free the nipple” sui social media è stata citata più volte di qualunque altro slogan per l’uguaglianza di genere, complice anche la moda virale di coprire il capezzolo femminile con le immagini di capezzoli maschili per aggirare la censura internettiana ed esporre il “double standard”. Perfino le desnudas di Times Square si sono trasformate da legittime intrattenitrici di turisti a sufragette della nudità: se i maschi possono girare a torso nudo, perché noi no? In fondo, non sono che capezzoli. In realtà a New York è legale esporre i seni, ma allora perché ci sono collettivi femminili come quello raccontato dal Times che continuano a fare la loro battaglia? Semplice: per infondere nella cultura ciò che è già sancito dalla legge, per desessualizzare, per fare in modo che il capezzolo non sia più un “big deal”, questa gran cosa che fa torcere il collo a orde di uomini. Il punto non è poterli legalmente mostrare, ma che non faccia nessuna differenza mostrarli oppure no.

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