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Chiusi nella nostra soggettività, tutti sappiamo esattamente che cosa vogliono i terroristi

26 Novembre 2015 alle 06:18

New York. Come tutti sanno qual è la migliore formazione della propria squadra del cuore, così tutti sanno quello che vogliono i terroristi. Vogliono che odiamo l’islam, oppure che adoriamo Maometto, vogliono destabilizzare oppure islamizzare, vogliono distruggere gli xenofobi tipo Marine Le Pen oppure vogliono che vinca le elezioni per aumentare l’intensità dello scontro, vogliono che non andiamo più allo stadio o ai concerti oppure che continuiamo ad andarci per rincitrullirci con queste facezie, vogliono combattere l’occidente perché è cristiano oppure perché è ateo e secolarizzato, vogliono imporre la sharia oppure vendicarsi per il colonialismo, vogliono che ci barrichiamo in casa oppure che ci raduniamo di nuovo per mandare un segnale, così possono ucciderci meglio. Vogliono distruggere le abitudini dell’occidente liberale anche quando Osama Bin Laden diceva, dopo l’11 settembre, che “questa è una guerra essenzialmente religiosa”.

 

Sulla Harvard Business Review Max Abrahms fa discendere la tendenza universale ad affermare con certezza gli scopi finali delle azioni dei terroristi dalle teorie dello psicologo Edward Jones, che ha sviluppato negli anni Sessanta del secolo scorso la teoria dell’attribuzione di Fritz Heider. L’idea di Jones è che l’uomo, questo psicologo improvvisato animato dal desiderio di capire le motivazioni altrui – semplificandole fino alla falsificazione, se necessario – non fa altro che dedurre le ragioni degli altri basandosi esclusivamente sui loro comportamenti, senza tentare di afferrare ragioni strutturali o intenzioni più profonde. Così se i terroristi colpiscono il World Trade Center attaccano il sistema capitalistico, se uccidono al Bataclan odiano la musica, il divertimento e il buonumore, e così via. Basandosi soltanto sul comportamento, sui fattori visibili degli atti terroristici, ciascuno può trarre le conclusioni che crede sulle intenzioni dei terroristi, e forse all’interno di una stessa cultura, di un codice condiviso, l’inferenza potrebbe dare risultati azzeccati, o almeno condivisibili. L’altro funziona in fondo come noi, si pensa, e quindi comportamenti simili sono attribuibili a intenzioni simili. L’alterità espressa dal terrorismo di matrice islamica mette l’inferenza di Jones in fuorigioco, e così ciascuno, nella sua confusa soggettività, ha capito esattamente cosa vogliono i terroristi.

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