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La lotta all’antropocentirmo ci ha trasformati da “fasci di pensieri” in mammiferi che amano i peli

29 Ottobre 2015 alle 06:18

New York. Nell’epoca post-tutto la domanda “chi sono?” è stata soppiantata da un più modesto “come mi identifico?”. Qual è il criterio per la definizione dell’identità? La razza, la specie, il genere, la pelle, la religione, le inclinazioni sessuali sono tentativi storicamente validi, ma sono stati spazzati via da una forma di individualismo panteistico per cui ogni irripetibile volto è meritevole di un selfie, ma se si osa tracciare linee di demarcazione più generali scatta la discriminazione, siamo tutti genderless come una pubblicità della Diesel. Tutti vogliono un’identità, ma allo stesso tempo tutti rifuggono le categorizzazioni, le riduzioni in etichette rigide o dettate da una tradizione da cui ci si vuole smarcare. Come definirsi, dunque? Soltanto umani? Generici esseri? Sul New York Times il professor Randy Laist ha tentato di tracciare quello che chiama “un ragionevole compromesso fra un antropocentrismo restrittivo e una inclusività insipida”: identificarsi come mammiferi. L’eccezionalismo umano è passato chiaramente di moda, spiega Laist: con tutto il male che l’uomo ha fatto alla terra e ai suoi abitanti non-umani, vegetali in primis ma anche la ionosfera non se la passa bene, identificarsi ancora come umani sarebbe un infernale autogol. L’uomo non è al centro del mondo, anzi ci stiamo leccando tutti quanti le ferite causate da quando lo è stato, e la conferenza di Parigi prenderà certamente posizione su questo. Identificarsi soltanto come animali è complicato, perché trovare gli elementi in comune fra l’uomo e la zanzara non è facilissimo. Serve qualcosa che “apra la mente umana a possibilità più ecologiche di comprendere se stessa”, scrive Laist, e ci manca poco che aggiunga “lo dice anche il Papa”, il passepartout che apre qualunque porta. I mammiferi sono chiaramente identificabili, hanno tratti e abitudini comuni – l’attaccamento fisico alla madre, il latte, capelli e varie forme di peluria: “Gli uomini amano i peli”, scrive – e associarci a loro, nostri fratelli e cugini, ci fa sentire meno presuntuosi ed esclusivi, più ecologicamente responsabili, crea una forma di solidarietà animale che ci trascina fuori dalla prigione dell’egoismo di specie. Altro che aggressioni veterofemministe contro la società patriarcale: qui il nemico non è il genere, è la specie. Giovanni Gentile definiva l’uomo “un fascio di pensieri”, ora è un essere che ama i peli. Lo chiamano progresso.

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