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La genderfluidità fa sembrare il coming out una roba da baciapile. Kristen Stewart supera Montaigne

20 Agosto 2015 alle 06:18

New York. La genderfluidità è il nuovo femminismo dello showbiz. Un tempo dichiararsi femminista era il passaggio rituale necessario per la starlette in cerca di gravitas e rilevanza sociale, ora perfino fare coming out è roba da baciapile di una generazione sepolta. ll passepartout dei tempi nostri è: who cares?, chissenefrega. Definirsi eterosessuali, gay, bisex o transessuali equivale ad accettare uno schematismo precostituito, fa il gioco del nemico che vuole definire e classificare tutto e magari anche dare giudizi di valore. L’orientamento sessuale non esiste e se esiste è un fuoco fatuo, espressione di inclinazioni momentanee che oggi ci sono e domani forse no. E’ la fluidità, stupido. Kristen Stewart è soltanto l’ultima: “Penso che nel giro di tre, quattro anni ci sarà molta più gente che non considererà necessario capire se sono gay o etero”, ha detto, concludendo con una formula icastica da neolingua millennial: “It’s like, just do your thing”. Miley Cyrus aveva risposto alle domande sul suo orientamento sessuale nello stesso modo in cui i gruppi musicali rispondevano alle domande dei giornalisti sul genere musicale: “Non mi sono mai voluta etichettare. Sono pronta ad amare chiunque mi ama per quello che sono. Sono aperta”. La massima di Cara Delevigne è “don’t be scared of who you are” e Cate Blanchett, finita tempo fa al centro di un piccolo tormentone su presunte relazioni omosessuali, ha messo un solido punto alla discussione con la più liquida delle risposte: “Nel 2015 il punto dovrebbe essere: a chi importa?”. L’attrice Maria Bello s’accompagna alla sua migliore amica, Clare Munn, ma ci tiene a precisare che la scelta non è univoca: “Le etichette non dovrebbero mai farci sentire giudicati o spaventati”. Rivista oggi, la dichiarazione di Ellen Page, tinta di sfumature politiche e di lotte per l’uguaglianza degli omosessuali, è inquadrabile nel paradigma dell’identità, e dunque sa un po’ di vecchio. Condurrà dal prossimo anno una serie a tema sul canale di Vice per mostrarsi più fluida. Il segno massimo del progresso non è definirsi diversi dalla norma, ma non definirsi affatto, l’identità della non-identità. Chi lo fa esibisce un sottile e quasi impercettibile senso di superiorità verso il volgo che ancora è prigioniero del giogo dell’autocoscienza e della necessità di definirsi in relazione a sé e agli altri. La professione di fede femminista è lontana anni luce, intrappolata com’è nell’antica dicotomia del genere. E’ innanzitutto una questione gnoseologica. Lo scettico Montaigne rifiutava il non sapere degli antichi, che era una forma di ignoranza ma anche una testimonianza apodittica della consapevolezza della propria ignoranza. Socrate sapeva di non sapere, ma il fatto di saperlo faceva una bella differenza. “Che so io?” è la domanda con cui Montaigne smontava qualunque architettura conoscitiva dalle fondamenta, censurando per sempre il “non so” dell’antichità. Il “cosa importa?” della filosofia genderfluida supera a destra (o sarà forse a sinistra? che so io?) la presa di posizione del filosofo francese. Il genderfluido non solo non conosce il suo orientamento sessuale, ma sa – questo sì – che la questione è del tutto irrilevante, perfino contraddittoria, come un cerchio quadrato o un solido fluido.

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