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La riforma universitaria di Hillary sa di truffa, ma coglie lo spirito della generazione indebitata

13 Agosto 2015 alle 06:18

New York. Anche senza gli eccessi di Donald Trump, che tendono a far somigliare sempre di più la campagna elettorale a un martellante esercizio di entertainment, l’educazione non sarebbe il più emozionante dei temi politici sul tavolo. Le disuguaglianze economiche a sinistra e il recupero dell’eccezionalismo americano perduto in due mandati di disimpegno a destra sono punti dell’agenda che solleticano le zone erogene dell’elettorato più motivato ideologicamente, quello che va a votare alle primarie. L’educazione e la riforma del sistema universitario al confronto sembrano noiose lezioni per secchioni della policy. Invece i candidati stanno usando parecchie energie già in questa fase preliminare per spiegare le loro visioni in merito, e il motivo è semplice: i giovani. La fetta elettorale più grande è anche quella che porta sulle spalle mille miliardi di dollari di debiti universitari, cifra in perenne crescita e che soprattutto non è compensata da un’adeguata espansione del mercato del lavoro. Se per i boomers la bolla educativa è un fatto di cui lamentarsi in modo generico, come ci si lamenta dei cambiamenti climatici o dei vicini di casa, per i millennial fluidi e post-ideologici quelle lauree appese al muro che sono costate tantissimo e in molti casi valgono pochissimo sono una croce quotidiana. Questo spiega l’enfasi di Hillary nel presentare il piano per la riforma universitaria, intitolato senza troppa fantasia “New College Compact”. Il piano è complicato almeno quanto il sistema che si propone di aggiustare ma il cuore della questione è un investimento da 350 miliardi di dollari per alleggerire il peso dei debiti universitari con diverse formule, dai sussidi diretti alla riduzione dei tassi sui prestiti fino alla drastica diminuzione delle rette nei college pubblici. Hillary vorrebbe fare al sistema educativo quello che Barack Obama ha fatto a quello sanitario, se l’imperfetta analogia è concessa. Prima di arrivare alle soluzioni, però, la candidata deve far capire all’elettorato quant’è grave il problema, deve trasmettere un senso di urgenza e per farlo esibisce numeri spaventosi e grafici che sono il prodromo dell’apocalisse. Un video pubblicato dalla sua campagna elettorale – ragazzi che parlano mentre le infografiche si materializzano, il solito stile Vox – snocciola tutti i terrificanti elementi. C’è lo studente del Bangladesh che paga 64 mila dollari l’anno per un ottimo college della Pennsylvania oppure Chiara, ragazza laureata con 149 mila dollari di debiti, che pagherà in rate da 1.600 dollari fino al compimento del 49esimo anno di età. C’è anche il ragazzo che ha ottenuto una borsa di studio per il college, ma lo stesso deve prendere soldi in prestito per potersi mantenere, e il tasso che gli praticano è il 9 per cento. I numeri di Hillary non tornano, sono eccezioni o casi limite presentati come la norma. Soltanto il 5 per cento dei college, ad esempio, ha una retta superiore ai 45 mila dollari, e chi paga il prezzo pieno significa che ha una famiglia che può permetterselo. Il debito medio degli studenti che hanno fatto lo stesso percorso di Chiara è poco più di 27 mila dollari. E l’inquietante nove per cento di interessi? Significa che lo studente sta prendendo in prestito soldi privati, non federali, dove il tasso è poco più del 4 per cento. E non ha accesso ai prestiti pubblici perché la sua università gli concede già una borsa di studio completa. Sono esagerazioni da campagna elettorale, niente di più, ma Hillary ne ha un disperato bisogno per attirare l’elettorato che la vede come una figura lontana e imbalsamata.

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