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Bin Laden leggeva libri complottisti sull’11/9, testimonianze potenti della confusione mentale del nemico

21 Maggio 2015 alle 06:15

New York. Nel libro “Conspiracy Theories and Other Dangerous Ideas”, Cass Sunstein nota che “le persone che accettano una teoria del complotto sono inclini ad accettarne un’altra che non può essere contemporaneamente vera”. Uno studio condotto dal sociologo di Chicago, ad esempio, dice che “quelli che credono che Osama Bin Laden sia vivo e vegeto sono anche più inclini a credere che sia morto prima che le truppe americane entrassero nel compound di Abbottabad”: Bin Laden è certamente vivo, ma se anche fosse morto non è successo come ce l’hanno raccontato. Tanto per mostrare che il principio di non contraddizione è meno rilevante della paranoia che porta il cospirazionista a mettere in dubbio la versione ufficiale di qualunque evento. Chissà cosa avrebbe pensato Bin Laden, che di complotti se ne intendeva, di questo studio. Ieri il governo americano ha pubblicato una serie di documenti trovati dai Navy Seals durante il raid in Pakistan, e tra questi c’è la lista dei libri in inglese che lo sceicco teneva nel suo rifugio, tutti in formato digitale. Ci sono testi di propaganda antiamericana scritti da occidentali, vedi alla voce Noam Chomsky, ma questa non è una novità, visto che Bin Laden nei suoi messaggi ha spesso citato autori americani che si erano liberati, per dir così, dai paraocchi ideologici e avevano raccontato la verità. Anche i testi negazionisti sull’Olocausto o quelli sulla tracotanza imperialista americana non stupiscono. Più interessante la presenza di libri cospirazionisti sul’11 settembre, uno su tutti “New Pearl Harbor: Disturbing Questions About the Bush Administration and 9/11” di David Ray Griffin. Griffin è uno degli idoli di chi crede che l’attacco alle Torri gemelle sia stato un inside job ispirato dai neocon e organizzato da George W. Bush al fine di dare un pretesto per ricostruire la dominazione militare americana dopo la scomparsa del nemico giurato, l’Unione sovietica. Nella libreria del principe del terrore ci sono diversi volumi che propongono variazioni sul tema. Ora, entrare nella testa di Bin Laden è impossibile e probabilmente inutile, ma è lecito domandarsi per quale motivo avrebbe voluto leggere le farneticazioni di oscuri teorici del complotto a proposito di un evento sul quale era piuttosto informato. Un’ipotesi è quella della pura follia paranoica: era talmente complottista che a un certo punto, nelle notti da recluso di lusso in Pakistan, gli è venuto il dubbio che anche la sua versione versione dei fatti fosse farlocca. Ci vorrebbe un Borges per sviluppare la logica concentrica di un’ipotesi del genere. Un’altra idea, forse più realistica e certamente più drammatica, è che considerasse quei libri una prova. Una prova della confusione mentale in cui aveva gettato il nemico, che s’arrovellava in modo contorto e malato sulle cause del disastro, attribuendo a se stesso un crimine che era stato ampiamente rivendicato da altri. In questa logica non ci doveva essere piacere più perverso di dare un’occhiata alle testimonianze della nebbia psiclogica e culturale che quell’attacco aveva generato, una specie di delirio che si estende oltre le vittime, oltre i danni inflitti al nemico e penetra nella mente sotto forma di una sfiducia radicale verso ogni cosa, dal governo in giù.

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